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1 luglio 2011

Le parole sono importanti, se riguardano la vita di tutti noi ancora di più!

Controcampus è un giornale apolitico, ma ultimamente restare apolitici in questo paese è veramente difficile.
E’ veramente difficile perché le dichiarazioni delle varie rappresentanze partitiche non fanno altro che confermarci la distanza che esiste fra un’Italia reale – la nostra, fatta di normali cittadini che fanno l’università perché credono nella ricerca, nella capacità intellettuale, nella possibilità di un futuro diverso e di riscatto – e un’Italia ideale – fatta da coloro che credono che ancora vada tutto bene, che i disoccupati siano fannulloni, i precari sono dei falliti, gli universitari giovani che non si vogliono ancora prendere delle responsabilità, gli operai dei pezzenti.

Mi devo correggere, ho usato impropriamente la parola apolitici, perché di per sé questa parola ha un duplice significato: può essere usata come sostantivo e significare disinteresse e indifferenza verso la politica, oppure come aggettivo e indicare l’estraneità al mondo politico.
Poi esiste la parola apartitico per riferire la mancata appartenenza ad un partito o ad una ideologia.

La vita di un universitario, e di un comune cittadino, interagisce costantemente con la politica.
Ogni decisione di una classe politica (e quindi non solo di un governo) si riversa obbligatoriamente sulla sorte di un’intera nazione.
Dire di essere apolitici vuol dire estraniarsi dal reale ed immergersi nell’ideale.
Dire di essere apolitici nell’Italia di oggi vuol dire chiudere entrambi gli occhi e lasciare carta bianca ad un sistema politico che non si sta rendendo conto delle condizioni reali del paese.

Quando un ministro della Repubblica Italiana dichiara che 4000 euro al mese sono pochi per vivere degnamente, mi chiedo se sa che ci sono operai che ne prendo 800, pensionati che vivono con 400, precari che non sanno se fra tre mesi avranno ancora uno stipendio e stagisti che non prendono assolutamente niente, pur lavorando come normali dipendenti.
Mi chiedo se si rendono conto che la mia generazione non conoscerà il termine pensione.
Mi chiedo se sa che l’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile vicino al 30% e che il suo debito pubblico è al 120,2% del PIL (quantificato in 1900 miliardi di euro).
Mi chiedo se si aspetta una pacca sulla spalla, un sorriso bonario e la frase “non ti preoccupare ora, con qualche aggiustatina alla finanziaria, faremo saltare fuori qualche spicciolo”. Provocatoriamente, e personalmente, lo segnalerei a coloro che gestiscono l’8×1000.

Credo che in questo paese, per non far torto a nessuno si è sempre accettato tutto, arrivando a perdere il senso della vergogna.
Ci si è riempiti la bocca di “apolitico”, “bipartisan”, “qualunquista” e ci si è fermati lì, ad insulti da cortile, da riunioni di condominio.

Nonostante questi ormai siano additati come “discorsi qualunquisti” io credo che valga ancora la pena farli. Valga ancora la pena sottolineare che i disoccupati non sono tutti fannulloni, i precari dei falliti, gli universitari degli irresponsabili, i ricercatori dei perdi tempo.
Valga ancora la pena di dire che forse un po’ di vergogna dovrebbero provarla anche loro, e che se 4000 euro al mese non bastano, possono sempre andarsi a cercare un altro lavoro, come dei qualunque cittadini insoddisfatti.

Io da universitaria, da futura precaria, da stagista non pagata, mi dichiaro contraria all’uso ad oltranza della parola apolitico: No!o Non intendo disinteressarmi del mio futuro!
Mi dichiaro contraria alle lamentele da bambini viziati della nostra classe politica, che si è dimenticata di essere oltre che non indispensabile anche sostituibile.
E soprattutto mi dichiaro offesa dalla loro mancanza di rispetto nei confronti di tutti i cittadini italiani, che cercano di condurre una vita dignitosa e rispettosa e che sanno cosa voglia veramente dire la parola sacrificio!

Irene Cassaniti

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