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17 luglio 2011

Software anti-plagio una risposta sterile a un problema complesso

Studio e lavoro
Software anti-plagio

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Software anti-plagio una risposta sterile a un problema complesso

Il plagio, l’appropriazione e l’uso di materiale altrui è un problema con cui chiunque scriva( articoli, libri, tesi di laurea) si deve misurare presto o tardi.

Un problema antico che affonda le radici in epoche remote e che oggi con la diffusione e pubblicazione di materiale sui siti internet si è allargato a macchia d’olio assumendo le proporzioni di un fenomeno di massa diffuso che non risparmia neppure l’ambiente universitario.

Sono stati scoperti infatti, numerosi casi di tesi copiate e quindi frutto non di sacrificio, impegno studio ma, piuttosto di furbizia, di sciattezza e mi si consenta il termine di mancanza di rispetto verso la fatica di chi ha lavorato seriamente.

Nel corso del tempo sono state messe appunto diverse strategie per evitare questi incresciosi e fastidiosi inconvenienti. In ogni campo ormai esistono i diritti d’autore che tutelano ideatori e realizzatori di progetti letterari, musicali, artistici e di altro genere.

Fino ad ora per ciò che concerne lo specifico problema delle tesi di laurea copiate, tuttavia, non erano ancora state individuate misure adeguate per contrastare il fenomeno del plagio. E’ invece notizia recente la sperimentazione di un software anti plagio che verrà usato nel’ Università “Ca’ Foscari” e a quanto pare, non si esclude l’uso in altri atenei italiani.

Leggendo la notizia sorgono una serie di domande: La soluzione al problema è questa? E’ una misura efficace?. Le risposte alle domande sono parzialmente positive.

Infatti il deterrente del software scoraggerà forse i plagiatori ma non risolve il problema. Come spesso accade nel nostro paese, si escogiterà qualche sistema per aggirare il controllo del software. Inoltre si nasconde dietro questo fenomeno, una realtà molto più sfaccettata e complessa.

Dietro questi sistemi si nasconde in realtà un soggetto che usa la presunta furbizia e il gioco sporco per raggiungere l’obiettivo. Si ripropone cioè sebbene nel piccolo mondo di una università, il classico sistema “all’italiana”. il modello a cui i “Copisti” si ispirano è il furbetto del quartiere, ossia il piccolo italiano medio che vede nella truffa, nell’evasione, nel aggirare le leggi, strumenti di ascesa sociale e individua in essi motivi di vanto.

Il “copista” presumo non si fermerà a questo e nel momento in cui entrerà nel mondo del lavoro metterà in campo due strategie quella della raccomandazione affidandosi quindi al potente di turno e vivendo una vita da schiavo e userà in larga scala il metodo di truffare lo stato.

Il talento, il sacrificio, la volontà che creano gli uomini e le donne del domani in grado di dirigere e guidare il nostro paese, verranno considerati da questi soggetti ostacoli e pertanto nei posti chiave ci si troverà ad avere gente poco preparata, incompetente, facilmente ricattabile e manovrabile, con il risultato di far affondare definitivamente la nave “Italia”, con buona pace di chi ci vuole schiavi ed ignoranti.

Non si accorgono queste persone che per ottenere dei piccoli vantaggi personali favoriscono i soci vitalizi del grande business dell’ignoranza.

In sostanza l’ uso del software anti-plagio è un deterrente, è la punizione a un atto illegale e oserei dire di ingiustizia verso chi lavora strenuamente per ottenere i risultati sperati, ma, non affronta il problema alla radice. Il problema per essere risolto richiederebbe una corretta educazione ai valori della giustizia, dell’impegno e richiederebbe l’ introduzione, finalmente del criterio meritocratico .

Usando una metafora, è come se se al ladro che ruba gli si dessero dieci anni di carcere, come è giusto che sia, senza impedire però che rubi e comprendere le ragioni del latrocinio.

Infine per chiudere, mi chiedo se è stato necessario un software anti plagio, la cui necessità è fuori discussione, i professori che dovrebbero controllare lo fanno davvero? Sono complici o vittime del sistema?. Ai Posteri l’ardua sentenza.

Vincenzo Amone

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