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26 agosto 2011

Gli Stati dell’arte

Troppo spesso l’impatto mediatico di un momento culturale si scopre inversamente proporzionale alla portata concreta delle azioni, del significato che dovrebbero assumere e della loro importanza sul piano sociale, etico, dell’intelletto, per la crescita e il miglioramento dell’intera comunità: la sollecitazione alla partecipazione e l’interesse che l’evento dovrebbe maturare in seguito alla propaganda e alla promozione – la cui importanza dovrebbe essere limitata al solo momento anteriore alla sua realizzazione, e non costituire il presupposto della sua forza – spesso disattendono le aspettative dell’osservatore attento.

In queste circostanze sembra urgente porsi una serie di interrogativi: innanzitutto chiedere, a se stessi e a chi interviene nella cultura, di tentare perlomeno di giungere al nodo del problema, quindi adottare delle scelte importanti tese a ristabilire un contatto più autentico tra chi esprime e chi percepisce l’espressione.

È fondamentale, quindi, riuscire a informare correttamente il pubblico sulla natura dei progetti che vengono loro presentati: tuttavia questa riflessione non dovrebbe investire unicamente l’atteggiamento dell’oligarchia intellettuale – sempre che ne sia rimasta una, vera – ma riferirsi a tutti coloro che, dagli addetti ai lavori ai diretti interessati, si definiscono i creativi, gli artisti, gli scrittori, gli “operatori culturali”.

Lo scorso sabato nel piccolo comune storico di S. Demetrio Corone (CS) è stata inaugurata un’esposizione di opere d’arte contemporanea giunta alla sua VI edizione biennale: la Rassegna “Magna Grecia”.

Per l’allestimento delle opere è stato scelto il Collegio di S. Adriano, fondato nel X secolo e intitolato al santo da Nilo da Rossano le cui parole possono tornare utili e farci riflettere nonostante i secoli che ci separano da loro: – Non basta gridare contro le tenebre, bisogna accendere una luce -.

Il luogo e la citazione si pronunciano con l’efficacia sintetica dei pensieri più profondi: confidano e ribadiscono la realtà duale del mondo e spronano alla ricerca dell’unità, alla tensione verso l’eccellenza – sia essa il fine ultimo o un monito cui ispirarsi costantemente per il raggiungimento di un ulteriore progresso dello spirito con la consapevolezza della transitorietà verso altre condizioni.

Le parole del critico d’arte e curatore della mostra, Teodolinda Coltellaro spiegano perfettamente e con risolutezza come «l’intento è stato quello di dare origine a fecondi momenti di confronto e di interazione comunicativa, costruendo una dimensione espositiva in cui artisti calabresi (anche quelli che operano altrove) e artisti che con la Calabria intrattengono proficui rapporti di scambio culturale e operativo, possano dialogare accomunati dalla stessa tensione esplorativa, da quel sentire il senso più profondo del proprio tempo, dal quell’indomito desiderio del nuovo che ne fermenta i pensieri nonché da quell’indefinibile cognizione profetica, in grado di cogliere partiture segniche sostanziali, che li fa eterni viandanti nelle estensioni e nei territori dell’arte».

La pulsione dialogica che si coglie nel perimetro espositivo è reale ed efficace; tuttavia è altrettanto percepibile l’assenza del momento dialettico che dovrebbe vivere e svilupparsi tra le opere e il pubblico, una distanza mentale e geografica che non rende sufficiente giustizia al valore degli artisti, del loro pensiero e dell’opera che ci consegnano.

La Biennale d’arte contemporanea di S. Demetrio Corone è oggettivamente una delle manifestazioni che raccoglie le migliori produzioni del Mezzogiorno e crea uno spazio proiettato all’instaurazione di un rapporto diretto con il resto dell’Italia artistica ed intellettuale: lo fa e lo dimostra ampiamente, quando presenta al pubblico artisti eccezionali, come Elena Diaco – Mayer e Alfredo Granata, e giovani talenti come Fabio Nicotera, ma la privazione maggiore consiste nelle relazioni tra l’artista e il pubblico che, a mio parere, se da un lato denuncia un limitato interesse nello sforzo di raggiungere i testimoni ultimi della manifestazione artistica, dall’altro accusa la quasi totale mancanza di partecipazione da parte degli spettatori che, oggettivamente, si riduce al solo momento inaugurativo.

Sorprende come una fetta importantissima della popolazione resti categoricamente e puntualmente esclusa da certi meccanismi; il dato più curioso è che mentre gran parte dell’interesse istituzionale proveniente dall’alto si riversa nell’ambito della tradizione e della conservazione del bene e della cultura popolare, allettando la massa mediamente indottrinata, il pensiero colto non riesce in nessun modo ad attrarre l’altra parte della cittadinanza che, a parer mio dimostrerebbe un’attenzione anche più autentica, se soltanto le stesse istituzioni si impegnassero a recuperare, per loro, lo stimolo.

La conseguenza più evidente di questa frattura è la riduzione degli interventi culturali a una serie di cerimonie, private del vero contatto del loro reale significato con il pubblico.

Si legge nella nota introduttiva all’esposizione biennale di cui sopra che «con (il progetto espositivo della mostra) si è inteso coniugare la marginalità con l’affermazione delle periferie operative, la messa a valore dei luoghi distanti dalle sedi deputate del fare arte ma che comunque hanno vissuto e vivono esperienze innovative e di ricerca».

Vero è che i piccoli centri soffrono la separazione dai movimenti che si sviluppano nelle grandi città, ma è altrettanto certo che non è attraverso questo atteggiamento esclusivista e cerimonioso che si può pretendere, in futuro, un avvicinamento dello Stato dell’arte ai calabresi.

Trentuno artisti, oltre i tre già citati, che hanno rimpolpato lo spazio e sublimato il senso del tempo nelle stanze dell’antico Collegio: Salvatore Anelli, Caterina Arcuri, Andrea Biffi, Francesco Antonio Caporale, Carmine Cianci, Antonello Curcio, Maria Credidio, Leonardo D’Amico, Danilo De Mitri, Giulio De Mitri, Teo De Palma, Pasquale De Sensi, Erelin, Isidoro Esposito, Franco Flaccavento, Ombretta Gazzola, Massimo Maselli, Max Marra, Giuseppe Negro, Enzo Palazzo, Vincenzo Paonessa, Salvatore Pepe, Tarcisio Pingitore, Tommaso Pirillo, Gianfranco Sergio, Antonio Saladino, Giulio Telarico, Silvio Vigliaturo.

Ciascuno di loro è riuscito a collocare nello spazio la propria consistenza spirituale gettando un ponte, nell’immensità temporale, attraverso il quale hanno tentato di traversare le mareggiate dell’ineffabilità, raccogliendo, fondendo e facendo discorrere tra loro i moti dell’animo del passato con quelli – più traumatici e impetuosi – del presente.

Vale la pena, perciò, di raggiungerli e ascoltare le voci silenti e vibranti della materia e delle superfici cercando, nelle loro profondità, le parole umane che risuonano nello spirito.

Delia Dattilo

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