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13 agosto 2011

Meno tagli, più giovani!

L’Italia sta vivendo un momento di grave difficoltà economica.
L’Unione europea ha di fatto commissariato l’Italia, chiedendo che il debito pubblico venga risanato e si raggiunga la parità di bilancio entro il 2013.

L’economia è debole. Le borse crollano. Il mercato del lavoro è sostanzialmente bloccato, la popolazione fatica a sopravvivere.
La classe politica mondiale arranca, fatica a trovare risorse e a mettere in campo strategie efficaci. In sostanza il sistema neocapitalistico fondato sulla speculazione finanziaria e sull’arricchimento facile è crollato o comunque mostra crepe preoccupanti.

In questo contesto turbolento i giovani cosa fanno?

Dall’Inghilterra arrivano notizie preoccupanti circa il dilagare di una cieca violenza nei quartieri più poveri delle grandi città.
Un movimento sfaccettato. Da un lato una massa di poveri priva di risorse, abbandonata a se stesa che non trova altro modo per reagire che quello di devastare e saccheggiare negozi e attuare violenze di ogni genere.
Dall’altra, invece, un gruppo cospicuo di gente appartenente alla società benestante che, esperendo una brutale solidarietà o per il semplice gusto di distruggere, si unisce alle classi dei meno abbienti.

La violenza va in ogni caso condannata e non è in alcun modo giustificabile ma il governo della gran Bretagna deve cominciarsi a porsi delle domande e mettere in atto misure significative per arginare il dilagare degli scontri. Deve, sopratutto, iniziare ad attuare misure concrete che contrastino la crisi.

In Italia, invece, le proteste si sono concentrate prevalentemente nell’ambiente universitario. È nato un movimento studentesco negli atenei in opposizione al sistema dei tagli operato dal governo in ambito culturale e in opposizione all’ormai famigerata riforma Gelmini.

Nel mondo arabo, invece, le ragioni del malcontento giovanile, che poi ha trascinato l’intera popolazione, sono da imputare, oltre che alle condizioni di estrema povertà, ad una richiesta sempre più pressante di democrazia e libertà. Un autentico grido di dolore si è levato in Medioriente. Dal Magreb alla Siria, passando per l’Egitto fino ad arrivare allo Yemen.

Questa rivoluzione sociale ha prodotto in alcuni casi dei cambiamenti epocali. In Egitto ha portato al crollo del regime, in Tunisia ha innescato un processo di cambiamento graduale della classe politica e in Libia ha generato una guerra civile che ha portato addirittura il mondo occidentale ad intervenire.

Fenomeni nati in contesti diversi e animati da motivazioni differenti ma che tuttavia hanno una caratteristica comune.

A smuovere le coscienze, ad animare le azioni dimostrative sono state le nuove generazioni.
Una conferma del ruolo centrale che i giovani possono giocare in questo momento buio della storia mondiale. Si è dimostrato che, quando i ragazzi si muovono, tremano i palazzi del potere e la società comincia ad interrogarsi sulla strada da percorrere.

Certamente non è un movimento neanche lontanamente paragonabile a quello del 68. In quel periodo era infatti in atto una rivolta culturale animata da valori profondi che ha effettivamente prodotto dei miglioramenti quanto meno nel sistema sociale e nella regolamentazione dei diritti.

Oggi, invece, le proteste sono per lo più estemporanee , non organizzate e pertanto facilmente si perdono in mille rivoli risultando inadeguate e incapaci di operare cambiamenti.Ciò che manca è una base comune su cui lavorare e agire. Ciò, anzitutto, perché il mondo dei giovani è profondamente diviso.

Da una parte coloro che cercano di realizzare progetti e azioni concrete volte al cambiamento, dall’altra una massa ancora troppo numerosa che non è in grado di rialzare la testa e che preferisce arrendersi ancor prima di iniziare la lotta.

Manca, inoltre, il collante sociale tra nuova generazione e mondo degli adulti.

Infine, le nuove leve sono prive di punti di riferimento, di leader politici, di esponenti del mondo intellettuale che sappiano condurli per mano verso la costruzione del proprio futuro. Manca una guida, dunque, ma manca nella maggioranza sopratutto, la volontà di operare e agire per migliorare la situazione.

L’individualismo imperante la fa da padrone e di fronte al crescere della
povertà e dell’assenza di prospettive per il futuro ognuno pensa a se senza capire che, cosi facendo, si fa del male a se stessi e agli altri.
Se non si comincia a riappropriarsi del senso civico, dell’idea di collettività e di bene comune si andrà verso l’annientamento totale.

La politica è chiamata a dare risposte serie e convincenti ma il cittadino deve partecipare attivamente al processo di mutamento globale. Perché è chiaro che occorre un nuovo sistema economico solidale e attento alle esigenze di tutti ma anche,una nuova mentalità, sopratutto in Italia, che sia orientata al recupero dei valori etici e politici nel senso alto del termine.

Vincenzo Amone

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