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4 agosto 2011

Programma Industria 2015: la nuova illusione della scuola italiana

Le recenti statistiche sulla maturità, affermano che al Sud ci sono un sacco di cervelloni.

La cosa può stupire in molti, e far gridare allo scandalo quanti pensano che al Sud siano tutti allegri mandolinari e svagati banderuoli ndranghetisti e camorristi.

Beh, quanti inorridiscono davanti ai freddi indici di un’indagine telematica, non si sono mai confrontati con quelle leggi che dovrebbero tutelare il sogno di una crescita collettiva del Paese e invece si tramutano in ingorghi difficili da spurgare nonostante mille ricorsi e tanti reclami.

E’ questo il caso del Programma Industria 2015.

Vi starete ora chiedendo cari affezzionatissimi lettori stravaccati sulle vostre sedie a sdraio in attesa della classica passeggiata sul lungomare cosa sia il Programma Industria 2015.

E’ presto detto.

Il Programma Industria 2015, varato con la Finanziaria 2007 durante il governo Prodi, finanzia progetti di innovazione industriale che prevedono il partenariato tra aziende, centri di ricerca e università.

Era stato presentato come il perno della nuova politica industriale italiana che avrebbe dovuto puntare su pochi e selezionati settori d’eccellenza.

E’ diventato un miraggio.

In 150, tra imprenditori e responsabili dei progetti di ricerca ripeteranno quanto già fatto un anno fa: invieranno una lettera aperta al ministro dello Sviluppo economico per denunciare i ritardi e sottolineare i danni per il sistema industriale.

L’elenco è lunghissimo: tra le aziende Marazzi, Beghelli spa, Loro Piana spa, Faraplan spa, Almaviva spa, Richard Ginori, Kerakoll spa, Burgo group spa; tra le università, gli atenei di Firenze, Genova, la Bocconi di Milano, tra i centri di ricerca il Cnr.

Beh, tenetevi forte care amiche ed amici di Controcampus:

«Dalla pubblicazione della graduatoria ufficiale dei progetti ammessi ai finanziamenti – scrivono le aziende nella loro lettera aperta – sono passati ormai da 12 a 30 mesi e nessun soggetto ha ancora ricevuto le agevolazioni, a titolo d’erogazione, com’era invece previsto nelle regole del bando, a fronte di stato d’avanzamento lavoro presentati da molti mesi».

Un’impasse che risale alla precedente gestione dello Sviluppo economico, con Claudio Scajola al timone, e si è perpetuata sotto la gestione di Paolo Romani.

Complici le notevoli farraginosità burocratiche che su questo tema hanno condizionato la direzione incentivi del ministero, precedentemente guidata da Gianluca Esposito, e rimasta per mesi senza un titolare. Solo lo scorso 13 luglio si è insediato, con un incarico ad interim, il nuovo responsabile, Enzo Donato, che sta cercando di venire a capo della montagna d’arretrato accumulato. Impresa difficilissima, anche se dal ministero assicurano che nei giorni scorsi, dopo aver incontrato alcuni rappresentanti delle aziende, sarebbero stati firmati i primi mandati di pagamento e altri dovrebbero essere sbloccati presto.

Bisognerà coinvolgere anche gli esperti di Invitalia (ex Sviluppo Italia), l’agenzia che ha il compito di inoltrare le istruttorie al ministero, in quello che è un iter tutt’altro che semplice. Il ministero, poi, promette che si bruceranno le tappe per evitare la perenzione amministrativa (c’è tempo fino all’inizio di dicembre), un problema che considerati i ritardi accumulati riguarda anche tutte le altre tipologie di incentivi gestite dallo Sviluppo economico.
Gli archivi del ministero sono, infatti, stracolmi di documentazione da scongelare per far affluire i finanziamenti alle imprese. Nel caso specifico di Industria 2015, ha influito di certo anche la difficoltà per i proponenti di ottenere dalle banche le complesse fideiussioni chieste dal ministero e il credito per partire con le prime fasi dei lavori. I tempi, tra un intralcio e l’altro, sono diventati estenuanti: tra le 150 aziende che si sono unite per sollecitare un cambio di passo, sono diverse quelle che hanno presentato progetti nell’autunno 2008, hanno ottenuto il decreto di concessione a distanza di un anno, hanno raggiunto il primo Sal (stato avanzamento lavori) a giugno-luglio 2010 ma non hanno ancora ricevuto le erogazioni corrispondenti.
Perché accade questo? Perché in Italia le leggi non sono rispettate come negli altri paesi?
Semplice:
Perché se in Italia tutto andasse bene smetteremmo d’esser creativi e faremmo un torto alla nostra fantasia.

L’Italia è un paese disordinato e credulone, avventato e superficiale.

Non ha tempo per eseguire, preferisce inseguire e quando può ragionare. E i ragionamenti degli italiani non sono mai sciocchi. Superflui forse. Ma banali mai. Molti di loro guardano un bando ministeriale e non sentono un inibizione. Casomai uno stimolo. Un’occasione per togliere i loro diplomi e le loro lauree dallo scantinato, indossare il vestito buono, uscire di casa e provare ad avanzare nella scala gerarchica dell’esistenza.
Il cammino dell’esistenza è difficile e tortuoso. Ogni metro percorso e uno scalino in meno nella grande scala della vita. Ogni decisione umana è il risultato di un ponderoso e cospicuo lambiccamento cerebrale.

Quand’è errato c’è spazio solo per i cortei di protesta, i gesti inconsulti e i ricoveri d’urgenza nel più vicino ospedale psichiatrico.

La creatività e l’intelligenza non è vantaggiosa nel 2011. E’ solo un contrassegno che molti esseri umani si tolgono per non apparire estranei a un mondo che in ogni caso non li vuole.

Ci sono i ministeri comunque.

Neppure lì però c’è spazio per l’equità e il rispetto della legge.

Osservate il distacco filosofico dei sindacati.

Lì fuori poco distanti, ci sono studenti arrabbiati, professori confusi, ricercatori abili e smarriti. Guardate la disperazione nei loro volti.

Ricordatevela sempre. Tutti i giorni. Non solo in quelli della protesta, nel pieno della sommossa, nei quindici canonici dell’autogestione.

Nonostante il clamore delle proteste chi di dovere però non fa nulla.
Perché?

Perché hanno rinunciato a farlo. Magari una volta avevano anche provato a fare qualcosa. Ora no. Hanno capito di non poter cambiare il mondo e non si sforzano nemmeno di migliorare il Paese.

Neppure loro rispettano l’ordine delle cose.

Discutono, obiettano, cambiano idea così in fretta da sconcertare chiunque guardi a loro quali garanti della pubblica sicurezza e collettiva sanità mentale.

Poi, il giorno dopo, nei bar, nelle edicole nei negozi, il popolo inscena il proprio processo.

Ci sono proprio tutti: il pubblico ministero, (il barista), i testimoni, (gli avventori). L’avvocato, (il salumiere), e le immancabili attenuanti generiche (E’ un problema atavico, non è colpa loro! La burocrazia e via discorrendo.

E’ una stramba giustizia rionale e casalinga quest’ultima e a differenza dell’altra, funziona.

Ma la tolleranza è come la birra: un po’ fa bene, troppo fa male e gli organi preposti non potranno far melina ancora per molto, denunciando interpretazioni faziose e errori di valutazione affidandosi alla discrezionalità e alla clemenza del Governo centrale.

Quest’ultimo per come conduce il gioco sarebbe da rinchiudere.

Per come discute meriterebbe una cattedra accademica.

Gli sciocchi che l’ascoltano sacramentano e pensano: forse è il caso di lasciar stare.

Salvando loro e condannando tutti quegli studenti, quei professori e ricercatori speranzosi in un mondo migliore.

Gaetano Santandrea

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