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6 settembre 2011

I neolaureati desiderano fuggire dall’Italia

In un sondaggio lanciato sul sito www.tesinonline.it , uno dei più autorevoli e frequentati siti del panorama studentesco italiano, venivano poste agli utenti delle precise domande. Tra le domande più pressanti e fondamentali, vi era quella che riguardava i neolaureati a cui veniva chiesto come immaginavano e immaginano il loro futuro dopo il conseguimento del titolo di studio universitario.

I dati emersi (consultabili sul sito stesso e riportati sulle colonne di Controcampus), mettono in evidenza che oltre la metà degli intervistati intende lasciare, dopo la laurea, il nostro paese e costruirsi il futuro lavorativo all’estero, mentre il 19% desidera restare in Italia per cambiare lo stato di cose attuali e contribuire a migliorare la nostra terra.

Dati che sono dunque fedele testimonianza della realtà del mondo giovanile italiano e che inducono a riflettere seriamente sul modello socio-economico su cui, attualmente, si fonda il Belpaese, Spingono anche ad indagare sulle reali prospettive offerte dal sistema a un giovane e sulle modalità con cui i ragazzi affrontano i problemi esistenti.

I neolaureati, sono vittime di un sistema che li priva della possibilità di costruirsi una famiglia, di progettare un futuro, di avere soddisfazioni economiche e lavorative. Vedono dunque l’unica ancora di salvezza nella fuga all’estero. Un’amara diaspora che li allontana dalla terra che li ha visti nascere con la speranza di trovare nei paesi stranieri più avanzati prospettive più certe. Spesso chi emigra trova però grandi difficoltà. Se da un lato ha la possibilità di lavorare e di vedere riconosciuti i propri meriti, cosa che spesso non accade in Italia, dall’altra è costretto a misurarsi con realtà diverse e si sente quindi spaesato, fuori luogo, privo di identità.

Chi decide, invece, di rimanere all’interno del nostro paese, per sbarcare i lunario è costretto a svolgere mansioni e lavori sottopagati, a vivere una vita da eterno precario a condurre un’ esistenza fatta di stenti con forti ripercussioni anche sul piano sentimentale ed emotivo.

Paga il prezzo, insomma, di un sistema politico che al di là degli schieramenti ormai si mostra incapace di governare il nostro paese. Un sistema che appare come un gigante arrugginito dalle gambe di burro. Il sistema economico italiano, inoltre, è al collasso e la politica non riesce ad arginare la deriva che sta conducendo l’Italia verso una autentico disastro sociale. Ci si trincera dietro posizioni demagogiche, prive di senso, ci si nasconde dietro glie effetti della crisi globale, additandola come causa principale della situazione disastrosa italiana.

In parte è vero ma bisogna ricordare che, già prima della congiuntura economica internazionale che si è venuta a creare, l’Italia non attraversava un momento particolarmente felice. Già si assisteva alla perdita del potere salariale dei lavoratori, a un ristagno del mondo del lavoro, a una decrescita graduale, a un aumento costante del debito pubblico.

Se poi ci si riferisce alla condizione giovanile, si può notare che è da decenni che il sistema politico non investe sulle potenzialità delle nuove generazioni. Basti pensare che il precariato, da misura emergenziale, è divenuta prassi già da molto tempo affermata nel mondo del lavoro italiano. Basterebbe ricordare come sia in atto da lustri un tentativo di destrutturare i baluardi della cultura privandoli del loro ruolo di guida e fucina nel processo di crescita culturale e formativa di un ragazzo. Lo testimoniano le deleterie riforme universitarie che si sono susseguite nel tempo, dalla riforma Belringuer alla recente riforma Gelmini e i tagli strutturali nel campo della ricerca.

Misure che rispondono ad una precisa volontà: ossia quella di rendere i ragazzi sempre più ignoranti e privi di coscienza critica, in modo tale da poterli manovrare con più facilità. L’idea è di creare degli automi, dei vuoti a rendere da considerare come numeri da aggiungere al conteggio dei voti e manodopera per le industrie.

Un preciso disegno che si salda con gli interessi dei gruppi economici controllati da poche persone che detengono la maggior parte delle ricchezze del paese e che, sfruttando quei politici compiacenti, intendono costruire un modello di società in cui il giovane sia asservito alle logiche del denaro, dell’arricchimento facile, e sopratutto privo di una coscienza che lo inviti a riflettere sulla propria condizione. Il risultato è che questi signori continuano ad arricchirsi mentre i ragazzi devono emigrare.

A questi elementi si aggiunge anche una crisi di valori che attraversa trasversalmente ogni strato della società dai piani alti fino alla base popolare. Si sta perdendo anche la coesione sociale e l’unità di intenti capaci di mantenere insieme un paese.

Accanto a queste cause estrinseche occorre tuttavia, rintracciare anche delle responsabilità precise che noi giovani abbiamo. E’ vero che il sistema è difficile da scardinare ma spesso noi siamo vittime e contestualmente complici di queste modalità in cui si esplicita la gestione socio economica del paese.

Spesso sviluppiamo due tipi di atteggiamento oltre a quello di emigrare. Il primo modo di far comune a molti, è la rassegnazione. Ci lasciamo trascinare dagli eventi, pensiamo che quanto accade attorno a noi non dipenda da scelte nostre e consideriamo lo svolgersi delle cose come ineluttabile perché le dici soni vengono prese da altri .Insomma, non ci rendiamo conto che noi non siamo estranei al mondo ma ne siamo parte integrante. Sopratutto non abbiamo ancora compreso, che per il ciclo naturale delle cose, saremmo noi, per forza a dover prendere in mano il paese. Non ci sono alternative.

Si potrebbe rispondere, che emigrando si va fuori dall’Italia, si costruisce altrove la propria vita e pertanto non può interessarci delle sorti del paese che ci ha visto nascer perché tanto saremmo all’estero o comunque deceduti.

In realtà, però, se si ragiona cosi non si può sostenere e criticare il sistema attuale e non ci si può scagliare contro chi ha distrutto il paese, perché seguendo linee di ragionamento come quella appena citata, si sta contribuendo a uccidere la nostra terra e sopratutto si sta scappando dal problema credendo così di essere assolti. Quando però un domani i nostri figli nati in un paese straniero ci chiederanno di raccontare la nostra storia con quale coraggio diremmo figlio tu vivi qua perché tuo padre è stato costretto a emigrare? con quale coraggio diremmo a chi verrà dopo di noi sono italiano ma non ho fatto nulla per migliorare il paese che mi ha visto nascere?.

E’ proprio questo il punto nodale. Spesso critichiamo ma non ci chiediamo cosa possiamo fare per realizzare un cambiamento sostanziale e positivo.

Oltre a questo atteggiamento spesso ci si adatta al sistema. Si adottano strategie fondate sulla disonesta, la mancanza di rispetto verso l’altro, l’arroganza, le furberie di ogni genere , la raccomandazione politica. si ricorre all’aiuto di personaggi loschi, cercando vantaggi personali. non ci si rende conto che cosi facendo si è firmata la propria condanna a vivere da schiavi asserviti al potere dominante e contribuendo all’autodistruzione.

Non tutto però è perduto. Conforta sapere che ancora circa il 20% vuole restare in Italia per diventare motore, centro di propulsione dell’innovamento, per difendere con amore e volontà la propria terra e non consegnarla invece senza lottare a chi la sta distruggendo. è questa la strada da seguire, senza ipocrisie. Bisogna riprendersi ciò che ci hanno tolto lottando a testa alta.

Vincenzo Amone

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