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18 settembre 2011

La nuova norma sulla creazione dei dipartimenti è la più discussa negli atenei: quali i motivi?

Tra le misure previste dalla riforma Gelmini, osservando le reazioni degli atenei, quella che sembra creare maggiori difficoltà , attualmente, nel mondo accademico, è la norma in base a cui le Università modificando lo statuto, devono riorganizzare la didattica e l’offerta formativa sotto forma di dipartimenti. La nuova legge impone agli atenei di creare nuovi dipartimenti. Per far si che un ateneo abbia diritto a un dipartimento, è necessario che ad esso afferiscano almeno 35 docenti che svolgano servizio di ricerca nella città sede d’ateneo. Questa norma ha spinto molti atenei a ridimensionare l’ offerta didattica, riducendo il numero di corsi di laurea e accorpandoli sotto pochi e dipartimenti.

Questa modalità ha penalizzato sopratutto le sedi decentrate dei grandi atenei, al punto che alcune rischiano la chiusura e fa sentire il suo peso anche in quelle università in cui il numero di docenti è ridotto. In questi giorni si sono dunque levate proteste, formulate richieste, lanciati appelli ad agire nella tutela e nella salvaguardia territoriale di molte realtà accademiche che rischiano di sparire.

In molte zone del paese infatti, la presenza di una sede decentrata costituisce un volano di sviluppo per l’economia locale e consente a numerosi studenti di poter studiare senza spostarsi troppo lontano. i benefici per i ragazzi sono intuibili: risparmio in termini economici, perché ci sono meno spese di mantenimento rispetto ad uno studente fuori sede, ma anche maggiore capitalizzazione del tempo a disposizione per studiare. Quindi, in molti casi, la sede decentrata può essere ancora di salvezza per migliaia di giovani ,che magari non hanno a disposizione un patrimonio tale da consentirgli di spostarsi altrove e sostenere spese onerose.

Le sedi decentrate rappresentano,sopratutto in alcune aree disagiate del paese, una possibilità di creare un microeconomia in grado di risollevare il sistema economico. costituiscono inoltre, dei centri aggregativi, di studio, di sviluppo, di conoscenze quindi di energie che potrebbero essere investite sul territorio. Perciò vanno salvaguardate. Inoltre, l’imposizione della creazione di dipartimenti, riduce il margine di autonomia decisionale degli atenei. Sulla questione specifica il senato accademico e gli altri organi di governo che regolamentano la vita universitaria sono spesso costretti ad applicare la norma senza poter realmente verificare l’applicabilità nel territorio e per sopravvivere e sono costretti ad effettuare tagli che portano alla cancellazione delle sedi distaccate.

Molti fanno notare però a ragion veduta, che esistono degli sprechi che vanno combattuti. Sprechi di denaro pubblico e universitario derivanti da una gestione quanto meno discutibile delle risorse a disposizione delle università e che spesso si evidenziano nella presenza di poli decentrati che appaiono inutili, caratterizzati da pochi iscritti, che dunque inciderebbero negativamente sul bilancio universitario.

Questo è vero, è innegabile, è sotto gli occhi di tutti e non ci si può far finta di non vedere. Tuttavia, la misura di imposizione coatta della norma, non appare un criterio adeguato. Non lo è perché colpisce direttamente o attraverso le decisione degli tenei più grandi, indiscriminatamente realtà virtuose e non. Il ministero quindi, coadiuvato dagli organi accademici dovrebbe individuare le criticità, colpendo le sedi decentrate che sprecano, più in generale gli atenei che sprecano, ma premiando e aiutando realmente le università virtuose. Cosi facendo si risolverebbe o quantomeno si arginerebbe il fenomeno degli sprechi e contestualmente si tutelerebbero, quelle sedi fondamentali per un territorio.

Ovviamente per fare ciò, dal Miur, non dovrebbero solo imporre la norma ma renderla più flessibile, perché gli organi di ateneo locali, forse, conoscono meglio le realtà territoriali rispetto a chi sta a Roma al ministero, se non altro nei posti ci vivono e conoscono vizi e virtù dei luoghi. Per evitare però che siano speculazione e decisioni arbitrarie il ministero dovrebbe esercitare un controllo più attento sulle decisioni prese ma non paralizzando l’azione degli organi governativi degli atenei , ma controllando che le procedure seguite siano corrette, e adeguate a coniugare le esigenze del territorio e quelle nazionali.

La verità però è che spesso negli ultimi anni le riforme sono state fatte a tavolino, scritte sulla scrivania dei vari ministri che si sono succeduti, dettate spesso da altre priorità e linee politiche che non tutelano realmente l’università. E’ arrivato il momento perciò,che i signori della politica comincino a spostarsi dallo scranno che occupano e comincino a vedere cosa accade negli atenei ascoltando le istanze di chi ci vive e lavora, piuttosto che decidere come se gli universitari,dai docenti, al personale, agli studenti non esistessero.

Vincenzo Amone

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