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25 ottobre 2011

Contesta uno stage gratuito, la chiamano “mignotta”

La storia:

Ha scritto un’email di protesta a un editore che offriva uno stage senza rimborso spese, adatto “solo – recitava l’annuncio – a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano”. E in tutta risposta, Caterina De Manuele, 28 anni e una laurea al Politecnico di Milano in Design degli interni con 109 su 110, si è presa della “mignotta”. Eppure lei non lo voleva nemmeno quel posto a ‘Flash art’, un’importante rivista d’arte (“la prima in Europa”, vanta il sito online). Perché da mesi ha già un contratto vero.

Due considerazioni. La prima che culo, la seconda che calo.

Di stile, serietà e tante altre cose che per ragioni di spazio non possiamo inserire.

Rimane evidente invece, come tutto questo sia il segno di una cultura ancora da svecchiare.

Un pò di dati a sostegno di questo.

Secondo i dati del World Economic Forum (2010) l’Italia al femminile è disastrosamente, tragicamente arretrata. Le donne italiane sono all’ 87esimo posto nel mondo per la partecipazione al lavoro retribuito; al 121esimo in fatto di eguaglianza retributiva; al 97esimo per la presenza in posti di responsabilità amministrativa e di comando; al 74esimo nel trattamento generale delle donne, dietro Vietnam. Colombia e Perù.

Fregato chi sperava che le donne potessero essere le protagoniste di una rinascita progressista.

Non tanto per una ipotetica superiorità femminile, quanto per l’incazzatura derivante dalla sedimentazione di centinaia di anni di soprusi e per una acquisita coscienza dei propri diritti.

Invece sono anni, e tanti ormai, che assistiamo rientrare nell’alveo di un formalismo sessista gran parte dell’universo femminile.

Constatazione onesta: Le donne per prime accettano di essere incasellate in un certo modo.

Hanno ceduto a canoni estetici pre-rivoluzione sessuale, oggi siamo addirittura alla rivalutazione del meretricio come modo per fare carriera, o conquistare un posticino al sole.

Non si vede da nessuna parte un minimo accenno al boicottaggio di merce che usa ogni riferimento alla donna come veicolo sessuale di pulsioni mercantili.

Un tempo in un mondo non molto diverso da quello in cui stiamo vivendo, s’auspicava che donne androgine e determinate avrebbero rotto questo sordido incantesimo e spazzato via come foglia morta, la maschia presunzione, ma evidentemente i maschietti sono stati così abili nel propagandare l’immagine di un maschio in crisi, fragile, debole, sensibile, aduso anche lui alla depilazione, fisica e mentale, che almeno come immagine percepita sembra che così ridotto sia meno prevaricatore, minaccioso, violento, e non attaccati al mantenimento delle loro prerogative, dei propri privilegi.

Probabilmente sta vincendo la visione per cui, svuotati da ogni essenza, esistiamo socialmente solo rivestendo un ruolo apparente, come proiezione di ciò che si crede e si dice si debba essere.

Persa la concretezza sostanziale dell’avere idee, bisogni, desideri, affetti, viviamo la quotidianità in modo schizofrenico; una realtà di sottomissione depressa e abulica, ma con la testa in una realtà virtuale dove i ruoli sono quelli standardizzati da certa comunicazione di massa.

Quei ruoli che si esplicano perfettamente nella letteratura contemporanea, che è la pubblicità; uomini e donne profumati, o efficienti, spiritosi, intercambiabili, disinibiti, spigliati. Inesistenti.

Come dire, non c’è più la lotta dei sessi in quanto sono scomparsi i sessi, sostituiti da Barbie e Ken (o se volete per chi segue il preserale di Canale Cinque), da una Bonas e un Bonus la cui libido si è orientata sul possedere qualcosa o qualcuno, invece che sull’essere insieme a.

Tutto passa, anche l’emancipazione femminile, attraverso quel cambiamento da tutti invocato , ma mai completamentemente materializzatosi, culturale, linguistico, mentale, che è passare da questa sbornia di basso consumismo ad una concretezza non cinica ma lucida.
Perchè esistono uomini (tra questi il sottoscritto) cui interessa eccome, che le donne abbiano riconosciuti nei fatti i loro diritti, ma interessa ancor di più che tutti noi si sia, a pieno titolo, delle persone compiute. A prescindere dal gamete.

Si deve, per non soccombere sotto tutti i punti di vista, tornare ad essere. Perchè secondo il vecchio dilemma, avere o essere, noi non solo non siamo più, ma nemmeno abbiamo qualcosa. E dobbiamo imparare a dirlo, a chiederlo, a ottenerlo.

Come ha fatto Caterina e con lei tutte le donne di cui non si parla mai da nessuna parte e che noi abbracciamo in un caloroso intreccio di rispetto e amore.

Perchè l’amore conta. Non solo per il tempo di una canzone.

Gaetano Santandrea

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