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25 ottobre 2011

Crisi del lavoro: non esiste, se sei disposto a farlo gratis

Finire l’università e iniziare la dura ricerca di un posto di lavoro, uno di quelli che permettano di comprare una macchina anche usata, o una casa, o semplicemente vivere economicamente autonomi dai propri genitori.

Spulciare annunci e trovare solo collaborazioni a titolo gratuito, stage che arricchiranno il curriculum, mansioni dequalificanti da imparare in mesi e mesi e altri corsi di formazione dalla dubbia valenza.
Finché non si arriva a pensare di essere dei presuntuosi a volere un minimo rimborso spese per il trasporto e per i pranzi, che a desiderare un’assicurazione lavorativa (obbligatoria per legge) sia da visionari, che a credere ad una possibilità di assunzione post tirocinio sia da ingenui.

Si arriva a credere che se le aziende chiedono questo, per essere competitivi bisogna abbassarsi a qualunque compromesso ed accettare. Si innesca una guerra fra poveri dove a rimetterci non è solo il singolo, con il suo portafoglio, ma anche la comunità che ha investito sulla sua istruzione e lo ritrova a fare fotocopie, ma soprattutto perché si innesca un meccanismo che porta la collettività ad abbassare le proprie pretese e ad accettare le peggiori condizioni, perché così fan tutti.

Ed ecco che si iniziano ad offrire 9 ore minime di lavoro più week-end a costo zero, che si rinuncia alle pause pranzo, che ci si adegua a fare il portaborse, sperando di prendere così, un giorno, il famigerato treno.
Ma se le aziende hanno bisogna di manodopera gratuita, allora il lavoro esiste, solo che non lo si vuole pagare. Ma come si fa a pensare che migliaia di persone non paghino affitto a fine mese o non abbiano bollette da saldare o bisogni primari da soddisfare? Se il lavoro c’è, perché non ci sono i soldi per pagarlo?

E’ da qui che bisogna ripartire. Dall’alzare il capo e chiedere nient’altro che ciò che spetta, diritti che esistono e che non vengono rispettati, persone che esistono e che non vengano rispettate.
Il tempo, unità di misura del denaro, ha un valore per tutti. Il tempo di un neo-laureato varrà meno di un professionista ma esiste ed ha comunque un valore, ed è questo valore che va pagato. Un lavoratore produce un servizio, e un servizio va pagato.

Un chirurgo, un avvocato, un commercialista, un idraulico richiedono una retribuzione adeguata alla loro posizione, alla loro conoscenza (in molti casi autocertificata), perché allora non esiste una regolamentazione anche per chi si avvicina alle professioni?

Se si perde questa concezione, se si inizia a credere che per mesi, semestri e anni si può lavorare senza compensi (idea schiavista, più che medievale) allora a risentirne sarà alla fine anche la professionalità e la serietà di ciascun settore lavorativo: disposto a non pagare professionisti e trovando sempre a sua disposizione principianti pronti alla gratuità (pur di allenarsi alla professione). Chi paga per poter avere dei servizi che può avere gratis?

Per sbloccare questa nazione, è fondamentale che ciascuno inizi a prendersi la responsabilità dei troppi SI e soprattutto inizi a dire NO a chi guadagna sulle spalle altrui, chi si arricchisce denigrando il lavoro altrui, chi richiede un surplus di conoscenze e competenze, ma non è pronto a ripagarle.

Smettendo di giustificare chi si dimentica che davanti ai loro occhi c’è una persona che ha fatto sacrifici per quel pezzo di carta, che è una persona che ha delle competenze, che ha investito e insieme a lui ha investito l’intero stato italiano fornendogli un’educazione ed un’istruzione pubblica. Datori di lavoro che si mettono a contrattare stipendi come se fossero occhiali da sole taroccati venduti d’estate sulla spiaggia.

Il volontariato è una cosa, il lavoro un’altra. Il professionismo è una cosa il dilettantismo un’altra. L’umiltà è una cosa, l’umiliazione un’altra.

Irene Cassaniti

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