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19 ottobre 2011

Le università del Sud? Poco competitive

Che questo non fosse un buon momento per l’università italiana lo sapevamo già da un po’.

Altra cosa che sapevamo è che la crisi e i conseguenti tagli all’istruzione (e non solo quelli) avrebbero reso più poveri i nostri atenei. Non che prima il quadro fosse tanto più idilliaco.

Quello che forse non tutti sanno, però, è che a pagare il conto più salato saranno, è triste a dirsi, le università del Sud.

In realtà la cosa non ci sorprende più di tanto, dato che, tra le altre cose, le università del Meridione sono storicamente anche le meno finanziate dallo Stato, che pure un segnale, a modo suo, aveva cercato di darlo.

Parliamo del PON (Programma Operativo Nazionale sulla Ricerca e la Competitività), l’iniziativa che ha ricevuto la maggiore dotazione tra quelle finanziate dai Fondi Strutturali Europei per il periodo 2007-2013.

Obiettivo, quello di aumentare la competitività regionale e l’investimento in ricerca nel nostro Paese.

Risultato? Dei 6,205 milioni di euro destinati alle regioni in ritardo di sviluppo (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), al 31 dicembre 2010 (quarto anno dei setti previsti dal fondo), solo il 10% delle risorse risulta effettivamente utilizzato.

Una cifra da capogiro quella stanziata dall’UE.

Tanto per farci un’idea, l’ammontare complessivo degli finanziamenti corrisponderebbe grosso modo al costo annuale dell’intera università italiana, circa il triplo della spesa complessiva delle quattro regioni beneficiare del fondo (1,9 miliardi).

Una serie di investimenti che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto portare il Sud ad eguagliare, se non addirittura superare, gli standard delle regioni del Nord con ricadute assolutamente benefiche sia in termini di sviluppo economico che di occupazione.

Cosa che magari avrebbe potuto convincere quei 24 mila studenti meridionali e 15 mila laureati che ogni anno emigrano al Nord a rivedere le loro scelte.

A rilanciare la questione è stato così la Censis Servizi, le cui ricerche hanno evidenziato come nell’ultimo triennio le università del Sud siano riuscite ad ottenere solo il 16% dei fondi.

Chiaramente l’università al Sud non è estranea a quelle difficoltà di sistema che sono alla base dello storico ritardo competitivo del nostro Mezzogiorno.

Non dimentichiamo, poi, il ruolo dell’alta formazione, che al Sud più che al Nord, assolve ad una funzione prioritariamente sociale.

Ragion per cui l’offerta didattica nelle università meridionali è andata progressivamente moltiplicandosi negli anni, tanto che attualmente al Centro-Nord c’è una facoltà universitaria ogni 15.500 giovani, mentre al Sud ogni 11.600 giovani.

Un dato su tutti: dei 58 Atenei del Paese, ben 23 si trovano nel Mezzogiorno.

Sotto accusa il modello gestionale adottato da molti atenei del Sud.

Il riferimento va, cioè, a quella storica contraddizione che, da un lato, li spinge ad incentivare l’afflusso di studenti, spesso attraverso costi bassi e facilitazioni, ma che, dall’altro, li pone inevitabilmente nella condizione, drammatica, di rinunciare ai cervelli più promettenti del territorio, attratti altrove da una migliore qualità dell’insegnamento.

È il caso, ad esempio, di molti studenti pugliesi (circa il 30%) e calabresi (40 %) che sempre più spesso scelgono atenei fuori regione.

C’è bisogno, insomma, di un deciso cambio di rotta, magari ripartendo da una più oculata ridistribuzioni dei costi (soprattutto quelli del personale e delle sedi distaccate), e, soprattutto, da una valorizzazione finalmente consapevole delle eccellenze.

Eccellenze che (parlo da meridionale) qui da noi, nonostante tutto, non sono mai mancate. Questo è fuori discussione.

Matteo Napoli

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