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8 novembre 2011

Né formazione né lavoro

Poco prima delle venti del 7 novembre l’Ansa riporta una notizia appena sfornata per i telegiornali serali: in Italia il 23,41% dei giovani tra i 15 e i 29 – quasi 1 giovane su 4 – non lavora né studia. Tale categoria è indicata dall’acronimo “neet” che sta per “not in education, employment or training”. Il dato è sensibilmente diverso dal Nord al Sud, con una forbice che va dal 16,2 % per il Nord fino al 32,3% al Sud e Isole.

Appena qualche ora dopo Lilli Gruber interroga Vittorio Feltri sull’argomento, durante il suo programma Otto e mezzo in onda su La7. La risposta del giornalista è stata in sostanza la seguente: “questi giovani sono dei bamboccioni” citando il compianto Padoa-Schioppa. La stupidità di questa risposta indigna, ma certo non stupisce. Tuttavia è preoccupante poiché è l’ennesimo segno d’un’Italia profondamente malata e miope.

Dunque ci sono giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. E sono 2,2 milioni. È riduttivo, e quindi fuorviante, esaurire il fenomeno con la scusa dei “bamboccioni”. Ci sono certamente diversi “figli di papà” che si rifiutano di studiare in attesa che l’impresa di famiglia li accolga per diritto di nascita. E ci sono anche molti giovani depressi che non possono muovere un dito per un’igiene mentale ormai compromessa da questo stesso Paese. Eppure la grandissima parte di questi giovani non può permettersi l’università; cerca lavoro e non lo trova.

La depressione economica fa eco nei nostri cuori e alimenta la visione di un futuro cupo e perciò paralizzante. Il pessimismo a cui vogliono obbligarci questi tempi bui, avvilisce l’azione reale dei giovani incidendo a sua volta sull’economia e così via, secondo una serie di corsi e ricorsi esistenziali e materiali. È un malessere che, alimentato dagli egoismi umani, finisce con l’alimentarsi da sé medesimo.

Sfuggire a questo destino apparente è difficile. Stupido sarebbe pensare a qualche ricetta alla buona, condita con insipido buonismo. Nonostante ciò di una cosa siamo certi: l’università svolge e svolgerà sempre più, un ruolo decisivo per la riconquista del diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione: il diritto al lavoro, riconquistando di fatto il proprio futuro, lo stesso futuro che il potere corrompe e che prima d’essere un diritto deve essere un dovere.

Ferdinando Lubrano

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