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4 dicembre 2011

E’ possibile finanziare l’università indebitandoci?

Dopo la famosa sentenza del Tar di Milano contro l’Università di Pavia, si ritorna, inevitabilmente, a discutere in merito.

Infatti, sembra che nessuno abbia condannato(a parte gli studenti) più di tanto l’Università che aveva sforato la soglia massima di richiesta di contributi universitari ma si è arrivati a chiedersi se quel 20% fosse troppo poco chiedendosi di conseguenza se a questo punto è meglio introdurre la liberalizzazione delle tasse universitarie.

A questo proposito , lo scorso 18 maggio il Sen. Ichino aveva portato al senato la sua “idea”: introdurre in Italia il famoso modello anglosassone Browne.

Per chi come me è poco pratico di questi modelli in poche parole attraverso questo modello si potrà:

-* consentire agli atenei di aumentare le tasse universitarie per tutti gli studenti;
-* anticipare a carico dello Stato il costo sostenuto dagli studenti meno abbienti per frequentare l’università;
-* consentire agli studenti beneficiati di ripagare il debito attraverso il loro prelievo fiscale futuro, ma solo se e quando raggiungeranno un reddito sufficientemente elevato (21mila sterline).

Questo tipo di finanziamento, secondo la visione del modello Browne, indurrà gli studenti a scegliere le università migliori, ossia quelle la cui qualità consentirà di ripagare il costo dell’investimento effettuato stimolando una competizione tra gli atenei per migliorare la qualità della loro offerta formativa e al tempo stesso questa soluzione non carica le famiglie degli studenti, soprattutto quelle meno abbienti, e carica gli studenti ma solo in futuro e solo nel caso in cui l’investimento abbia effettivamente successo.

Tutto questo per lo Stato, stando sempre a quello che ha riportato il sen. Ichino nella interrogazione parlamentare rifacendosi alle premesse del modello Browne, l’onere si configura come un investimento in capitale umano per la crescita del Paese, che al tempo stesso genera tra gli studenti e le università gli incentivi corretti per il suo successo, quindi è relativamente a basso rischio e alto rendimento atteso.
Inoltre, le tasse universitarie non potranno essere aumentate oltre le 9000 sterline(10mila euro) e le Università che sceglieranno di innalzare le tasse universitarie fino ai livelli più alti devono dimostrare ex post, dati alla mano, che il numero di studenti meno abbienti e non provenienti da scuole private è aumentato con l’ulteriore innalzamento del tasso di interesse al 3% rispetto al 2.2% previsto dal rapporto.

Dallo scorso maggio ad oggi un altro Ichino, Andrea, insieme a Daniele Terlizzese in un saggio dal titolo “Rilanciamo le università con prestiti agli studenti”hanno lanciato la loro proposta:
-* finanziamento di 15.000 euro annui, per 5 anni; include tasse universitarie pari a 7.500 (in media, da differenziare per livello di reddito della famiglia);
-* tasso di interesse reale del 2% con cui capitalizzare il finanziamento e scontare i rimborsi;
-* prelievo del 10% del reddito post-laurea che supera la soglia di 15.000 euro lordi;
-* vita media potenzialmente utile per il rimborso pari a 40 anni;
-* numero massimo di studenti che avrebbero i requisiti per accedere al finanziamento pari a 50 mila l’anno.

In altre parole questo comporterebbe la triplicazione delle tasse universitarie con un indebitamento per gli studenti di quarant’anni sostituendo il diritto allo studio con prestiti d’onore ignorando di conseguenza l’articolo 34 della Costituzione.

Nel saggio Ichino-Terlizzese si parla di come la crescita dell’indebitamento studentesco consentirebbe di aumentare i redditi degli studenti migliori, l’eccellenza universitaria e le immatricolazioni proponendo vari esempi che presentano il modello da loro ideato come una cosa positiva dove alla fine dei conti tutti ci andranno a guadagnare anche se questi effetti positivi su chi si indebita non vengono spiegati chiaramente limitandosi a sottolineare il valore simbolico di questa “solidarietà generazionale” che alla fin dei conti andrebbero a finanziare l’Università pubblica in parte al posto dello Stato e che per far ciò bisognerà inevitabilmente indebitarsi.

Ma invece di parlare di finanziare l’Università per essere competitiva sul territorio triplicando le tasse e indebitando gli studenti, perché non si parla di consentire a coloro che contribuiscono al finanziamento all’Università pubblica di accedervi finanziando il diritto allo studio in modo tale da poter garantire una borsa di studio agli aventi diritto, e reintegrando tutte le risorse che negli ultimi anni sono andate alla malora?

L’Università nel frattempo può essere competitiva in altro modo sul territorio e non di certo grazie ai nostri debiti!

Dora Della Sala

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