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1 dicembre 2011

Non abbiamo una fuga di cervelli

“Oggi in Italia non abbiamo un’emorragia di cervelli, ma una fisiologica scelta dell’estero per i ricercatori. I cinesi hanno mandato i propri ricercatori in Usa senza nessun problema perché poi sono rimasti lì. Ma dobbiamo pensare e credere che i nostri scienziati sono un’importante risorsa per l’Italia.” Queste sono le parole del Ministro della Salute Ferruccio Fazio, su quello che solo noi studenti universitari credevamo il problema del precariato.

In Italia i ricercatori sono oggettivamente sottopagati (almeno rispetto agli altri paesi europei), sommersi dal lavoro e con compiti che non dovrebbero neanche spettargli. Secondo i regolamenti, un ricercatore universitario, non dovrebbe tenere lezioni o fare esami di verifica, ma sfido qualunque studente universitario italiano a non avere mai assistito ad un corso tenuto da un ricercatore o ad averci sostenuto un esame.

Quella che per il Ministro Fazio è una “fisiologica scelta”, per molti di noi rappresenta una scelta obbligata dettata dalle attuali condizioni di precariato che pesano sulla figura del ricercatore universitario italiano.

Immediata è stata la risposta da parte di Mauro Ferrari, cervello emigrato in Usa e ora presidente e ceo del Methodist Hospital Research Institute di Houston (Texas), presente al Forum Meridiano Sanità di Cernobbio. Considerato il padre della nano medicina, Ferrari è specializzato nella ricerca e nella sperimentazioni di trattamenti per la cura del cancro che sfruttano le nanotecnologie. È autore di venti brevetti ormai riconosciuti, di sei libri e di oltre centocinquanta articoli scientifici.

“Per molti scienziati italiani – ha detto – è molto sconveniente rimanere in Italia ed emigrare è quasi obbligatorio. Chi rimane in Italia andrebbe fatto santo o canonizzato”. “Il sistema di scienziati e ricerca italiano è in difficoltà non solo rispetto agli Usa, ma rispetto a tutti i paesi del G20. Non investiamo in ricerca. Molti scienziati italiani – ha aggiunto Ferrari – sono quindi quasi costretti a emigrare, non solo perché gli stipendi non sono paragonabili, ma soprattutto perché senza investimenti non c’è la possibilità di portare a compimento i propri sogni e la propria missione”.

In questo periodo è stato avviato un progetto di 10 milioni di euro che permette il contatto e la collaborazione con scienziati residenti all’estero (o sarebbe meglio dire fuggiti all’estero). Soldi che potrebbero essere spesi per migliorare le condizioni di lavoro di una figura fondamentale per l’università italiana e per la crescita culturale di tutto il paese.

Sono ormai innumerevoli le scoperte che scienziati italiani hanno compiuto in ogni paese d’Europa, mentre la nostra ricerca arranca e lentamente avanza all’interno della fitta boscaglia del precariato, dell’inadeguatezza delle strutture e dei mezzi. La scelta che molti di noi dovrà fare, sembra l’unica soluzione per avere il riconoscimento dovuto, per poter realizzare i propri progetti e i propri sogni.

L’università italiana che negli anni passati è stata una fucina di cultura e progresso, è rimasta solamente un sogno. I ricercatori italiani si troveranno tutti davanti ad una scelta: restare nelle università che ci hanno formato intellettualmente, fare varie acrobazie per riuscire nel nostro intento e sperare in una canonizzazione religiosa? O “fisiologicamente” emigrare verso università che ci permettono di portare a termine le nostre ricerche, rimanendo in contatto con il nostro paese attraverso vari progetti?

Vincenzo Gatta

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