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23 gennaio 2012

Abolire il valore legale del titolo di studio? Monti ci pensa

Mario Monti avrebbe voluto inserirlo già nel decreto sulle liberalizzazioni, ma alla fine ha deciso di soprassedere almeno per qualche giorno, perché l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un provvedimento controverso, di quelli che hanno sostenitori un po’ in tutti i partiti e oppositori altrettanto trasversali. Perfino dentro il governo, che finora aveva marciato decisamente compatto, non mancano gli scettici: il Ministro della Giustizia Severino, sebbene tendenzialmente favorevole, chiede che una simile misura venga applicata con gradualità, mentre Anna Maria Cancellieri, titolare degli Interni, si è detta nettamente contraria, e a quanto pare è stato il suo no a bloccare, almeno per ora, la discussione del provvedimento.

Ma in cosa consiste esattamente questa abolizione del valore legale del titolo di studio? In parole povere, si tratta di una misura che inciderà soprattutto sui concorsi pubblici, che una volta approvata la norma saranno accessibili da tutti, indipendentemente dal tipo di laurea posseduta (salvo ovviamente i concorsi per settori che richiedano specifiche competenze tecniche, come ad esempio l’ingegneria). Non conteranno più né il tipo di laurea né il voto, dunque, ma soltanto l’abilità e la competenza dimostrate nello svolgimento delle prove del concorso. Se il voto e il tipo di laurea non conteranno più, sarà invece molto importante l’ateneo di provenienza: così, un laureato a pieni voti all’università X potrebbe avere meno chance rispetto ad un laureato con voti mediocri all’istituto Y. Sul modo in cui saranno valutati i diversi atenei non si sa ancora nulla di preciso, ma è probabile che i requisiti necessari saranno stabiliti sulla base dei parametri individuati dall’Anvur, l’Agenzia per la valutazione del Sistema universitario e della ricerca, alla quale proprio il governo Monti ha affidato giusto la settimana scorsa i compiti di certificazione della qualità dei corsi e delle sedi universitarie, una specie di bollino che attesti la qualità effettiva di ogni ateneo, in modo da capire dove si studia meglio e dove peggio.

Confindustria è ovviamente entusiasta dell’idea di Monti, il quale peraltro ha soltanto recuperato un progetto di legge lasciato in sospeso dal precedente governo (Brunetta, in particolare, non ha mai nascosto di puntare ad abolire il valore legale del titolo di studio). Meno soddisfatti i sindacati e le associazioni di base, che intravedono in questo provvedimento il rischio che vengano a crearsi dei poli universitari di eccellenza ma molto costosi contrapposti ad un gran numero di atenei più economici ma scadenti. In questo modo, sostengono i detrattori della legge, si finirebbe con l’avere un’università per ricchi, che saranno gli unici a potersi permettere un’istruzione eccellente, ed un’università per poveri, i quali non potendo spendere più di tanto dovranno accontentarsi di ricevere una formazione qualitativamente peggiore.

Chi ha ragione e chi ha torto? Ammesso e non concesso che una sola delle due parti abbia completamente ragione, è doveroso precisare che, al momento, non esiste un testo di legge, ma solo voci e scarne anticipazioni. D’altra parte, se i timori espressi dai sindacati, in particolare dalla CGIL, si rivelassero fondati ci troveremmo di fronte ad un problema grave e di non facile soluzione. Comunque vada a finire, questa è senz’altro una questione su cui tenere gli occhi bene aperti.

Andrea Mari

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