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22 gennaio 2012

Dialogo impresa-università: la ricerca ci salverà!

Un’antica legge di mercato recita: un’azienda, per non soccombere alla concorrenza e fatturare, deve stare al passo coi tempi.

Un monito che risuona tanto più forte in un contesto di globalizzazione progressiva, che trova nell’innovazione il suo grande mito epocale.

Ma l’innovazione da sola non basta. C’è bisogno d’altro. In una parola: sperimentazione.

Una sperimentazione trasversale, che tocchi tutti i livelli della nostra produzione. Un ricambio di idee, insomma, una sensibilità rinnovata, capace non solo di reagire al cambiamento sociale ed economico, ma anche di cavalcarlo, anticiparlo, trascinarlo, dettandone i tempi e i modi.

Fare ricerca. È questo il grande imperativo della modernità.

Lo sa bene Diana Bracco, membro del Consiglio Direttivo di Confindustria, che, alcuni giorni fa, si è fatta portavoce di un’ interessante proposta: l’introduzione della figura del ricercatore industriale.

“Si tratterebbe – spiega la Bracco – di una figura parallela a quella accademica, creando sinergie e interscambi che sono la base di un sistema condiviso di valutazione e crescita professionale”.
Una coesistenza non solo possibile, ma necessaria, indispensabile alla luce degli scenari prefigurati dal nuovo corso dell’economia internazionale.

Si annuncerebbe così una possibilità finora ignorata, quella di programmare “nuovi percorsi di carriera, rivitalizzando la relazione tra università e impresa e andando oltre lo stereotipo della precarietà”.

La proposta, tuttavia, non sembra aver raccolto particolari consensi nel mondo accademico.

Riportiamo, a mo’ di esempio, il commento di un’autorevole figura della scena accademica italiana pubblicato sul sito ilSussidiario.net: Adriano De Maio, professore di Economia e gestione dell’innovazione nell’Università Luiss Guido Carli nonché ex rettore della stessa.

De Maio frena subito gli entusiasmi: “Se un’industria intende dotarsi di un ricercatore può sempre farlo. Non c’è bisogno, tuttavia, di nuove figure connotate da quella logica tipicamente burocratica-amministrativa volta a conferire nuovi titoli. Che si comincino ad assumere e pagare i ricercatori già presenti, invece di crearne di nuovi. Oltretutto in molte università i raccordi tra mondo accademico e mondo dell’industria e dal lavoro sono già attivi e funzionanti”.

Come sappiamo, però, la situazione degli atenei italiani è molto eterogenea per quanto riguarda il modo in cui le singole università cercano di rapportarsi al mondo dell’impresa.

La questione, secondo De Maio, ruoterebbe intorno alla necessità di applicare una logica “premiale-punitiva”: premiare, cioè, gli atenei che più si impegnano in questo genere di dialogo e penalizzare, invece, quelli meno “attivi” in questo senso.

Una valutazione, quindi, espressamente “commerciale” quella richiamata dal professore, che ci riporta inevitabilmente all’antica questione dell’ “appetibilità” del laureato sul mercato del lavoro.

Ma come incoraggiare questo genere di sinergia?

Anche qui De Maio ha le idee chiare.

Bisogna, in poche parole, che impresa e università si impegnino a venirsi incontro con disponibilità ed idee. Solo in questo modo, infatti, è possibile comprendere i vantaggi che entrambe possono trarre da una programmazione comune, condivisa delle proprie finalità.

Un discorso che, ricorda De Maio, non investe solo ed esclusivamente gli indirizzi più marcatamente “industriali”, ma che chiama in causa anche le facoltà umanistiche.

Anzi proprio il settore della comunicazione appare oggi come uno tra i mercati più attivi e dinamici, quello in cui più vistosamente sembrano manifestarsi le nuove tendenze della globalizzazione moderna.

Un vecchio adagio sempre attuale? Forse.
Dopotutto la comunicazione è o non è la vera anima del commercio?

Matteo Napoli

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