• Google+
  • Commenta
7 gennaio 2012

Elevare le tasse non risolve i problemi delle Università

Il tema delle tasse universitarie è uno dei più caldi, una questione che ha animato i dibattiti recenti nel mondo accademico.

In particolar modo, si discute sulla legittimità dell’aumento del contributo economico da parte degli studenti e sull’eventualità che le università aumentino la retta.

Esperti e opinionisti si sono divisi tra sostenitori del sistema pubblico universitario con tassazione bassa o comunque regolamentata e gestita dallo stato, e coloro che invece invocano tasse elevate per sostenere il sistema d’istruzione superiore.

Tra questi, c’è chi si è spinto a fornire anche delle ragioni che farebbero propendere verso l’ipotesi dell’aumento della tassazione, poiché sarebbe conveniente e consentirebbe il miglioramento e il mantenimento in vita degli Atenei

Costoro, a sostegno della loro tesi hanno portato una serie di argomentazioni che sono, sotto certi versi, discutibili.

Hanno definito il sistema universitario pubblico attuale iniquo perché non sarebbe. secondo il loro punto di vista, giusto che la tassazione richiesta si debba riversare sulle spalle della collettività, e quindi su coloro i quali non hanno figli che studiano negli atenei. Ragion per cui sono i beneficiari del prodotto finale, in questo caso la laurea, che dovrebbero farsi completamente carico del costo dell’istruzione per l’ottenimento di questo titolo. Un’argomentazione che presenta tuttavia delle criticità.

Non si può infatti affermare ciò e i motivi sono molteplici. Il sistema pubblico infatti, per come è organizzato, garantisce la possibilità di accedere agli studi universitari anche per le fasce meno abbienti. Aumentare le tasse significherebbe quindi privare i meno fortunati della possibilità di costruirsi un futuro e inoltre creerebbe un elitarismo inaccettabile. L’università non può e non deve essere luogo per pochi eletti, scelti magari sulla base del reddito o del conto in banca, ma è luogo di inclusione, spazio di libero accesso al sapere.

Creando questa sorta di élite inoltre, si lederebbe il diritto allo studio sancito dalla Costituzione italiana.

Non si può nemmeno sostenere che a pagare devono essere solo gli universitari perché è come se si dicesse, volendo usare un esempio, che siccome non sono un poliziotto da cittadino, non debbo pagare le tasse per la difesa dello Stato ma queste le dovrà versare il poliziotto.

L’istruzione dei cittadini infatti, non è questione privata, non si tratta di un vantaggio acquisto solo da chi consegue il titolo di studio, perché questi comunque con il lavoro che andrà a svolgere contribuisce a far funzionare settori strategici per lo sviluppo di un paese, e quindi in un certo senso offre il suo contributo per il benessere della società.

Si è invocata anche l’abolizione del tetto stabilito dalla legge del 20% rispetto al finanziamento ordinario ricevuto da ogni ateneo. Si è proposta una sorta di liberalizzazione, secondo la quale ogni singola università dovrebbe decidere autonomamente in materia di tassazione.

Un’ipotesi implausibile, perché è ovvio che cosi facendo si creerebbe un forte squilibrio che provocherebbe una scissione tra gli atenei. Dove si paga di meno ci sarebbero solo studenti meno abbienti e quindi di conseguenza si creerebbero università di “classe”, si produrrebbe un’inaccettabile discriminazione.

I sostenitori dell’aumento della tassazione, la giustificano anche sostenendo che gli atenei hanno necessità di aumentare le risorse a disposizione, e ciò sarebbe possibile soltanto richiedendo maggiori contributi economici agli studenti, che potrebbero essere utilizzati per aumentare le borse di studio destinate ai più meritevoli e ai più svantaggiati, e al mantenimento della ricerca e delle attività didattiche. Un modello insomma all’americana. Ci si dimentica però che l’Italia non è l’America e che la maggior parte della popolazione studentesca italiana ha un reddito base non particolarmente elevato.

Quindi piuttosto che aumentare le tasse, si dovrebbero recuperare risorse investendo maggiormente nel settore dell’istruzione, riducendo gli sprechi e sopratutto razionalizzando le spese in settori diversi dall’istruzione, dove si assiste spesso a uno sperpero di denaro pubblico. Questa potrebbe essere la via maestra e non quella di richiedere allo studente più di quanto è tenuto a versare in nome di una presunta necessità, che suona come l’ennesima ingiustizia.


Google+
© Riproduzione Riservata