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10 gennaio 2012

Liberalizzazioni e privatizzazioni: a chi conviene?

Privatizzazioni e liberalizzazioni sono processi che possono cambiare profondamente la struttura sociale ed economica di un Pese.
In questo periodo la liberalizzazione sembra l’unico modo per aprire nuovi mercati e integrare o riassorbire gran parte dei giovani italiani senza lavoro.
Siamo sicuri che questa sia la vera Panacea malorum?

In queste questioni non c’è mai una verità oggettiva, una soluzione unica che possa accontentare entrambi le parti.
Ognuno sta solo sulle proprie barricate, sicuro delle proprie ragioni.
Allora non resta, se si vuole svolgere a pieno la nostra facoltà di giudizio, che sentire le voci di tutte le campane così da scegliere la giusta armonia.

La liberalizzazione è innanzitutto un processo complesso, e se non gestito minuziosamente, senza attente considerazioni, rischia di creare problemi con strascichi irrisolvibili.
Un esempio su tutti: Trenitalia.
La privatizzazione, in questo caso delle ferrovie dello stato, non ha di certo portato, ed è sotto gli occhi di tutti, nessun miglioramento, se non settoriale, nella gestione dei trasporti in genere.

Praticamente, se un viaggiatore vuole andare a Reggio Calabria, piuttosto che a Verona, deve ” rallegrarsi” di prendere un nuovissimo Freccia Rossa dal costo minimo di 40 euro per raggiungere la propria destinazione. Di treni veloci, ed elitari, ne sono piene le stazioni. Meno le tasche di un pendolare medio!

Certo, da Roma posso essere a Firenze in un’ora, ma a quale costo?
Sembra infatti che sia venuta a mancare proprio la possibilità di scelta, ovvero, non si può più decidere di andare a Reggio di notte, magari in una cuccetta, per essere lì alle prime ore del mattino, avendo speso il minimo indispensabile. No, ciò non è possibile. E allora, dov’è il guadagno del consumatore?

Il guadagno sicuro è dei privati, le grandi società che avendo da investire comprano a dismisura servizi per poi dettare prezzi e condizioni.

Liberalizzare e privatizzare serve ad aumentare la concorrenza, quindi migliorare il servizio. Il passaggio non è così facile. Una legge vecchia come il capitalismo dice che solo soldi portano soldi!

E’ questa la paura di quei tassisti che stanno organizzando lo sciopero di settore contro i progetti di legge del governo Monti. Alcuni dati sono s’obbligo. I tassisti italiani sono già in esubero. Milano coi suoi 1.336.879 abitanti, può contare su 4.900 tassisti; Roma ha su 2.774.625 abitanti 7.800 tassisti. Londra ne ha 21.681 su 7.512.400 abitanti, e Berlino 6.587 su 3.406.780.

La gestione di un taxi italiano è più elevata rispetto alla media europea: il carburante costa il 22% in più, senza contare le tasse (15% in più) e costo vetture.
Inoltre il lavoratore non ha giorni di ferie, né tredicesima.
Il costo di una corsa è nella media europea (11.22 euro a Roma per una corsa di 7 km con cinque minuti di coda), mentre, come dimostra una studio dell’Università di Roma La Sapienza, le liberalizzazioni avvenute ad Amsterdam, San Diego e Seattle avrebbero comportato un aumento di prezzi con un peggioramento complessivo del servizio.

Sappiamo di certo che a New York, dove il servizio è completamente liberalizzato, la maggior parte delle licenze è in mano a società che si comportano da lobby (con veri e propri accordi e spartizioni territoriali) pagando pochissimo i tassisti.
Infatti la maggior parte dei tassisti statunitensi sono immigrati di prima generazione, quindi esposti a sacrifici e speculazioni lavorative.

Siamo sicuri di volere mutamenti sociali così profondi? Siamo sicuri di voler assegnare ad aziende già facoltose di per se altri servizi strategici come quelli del trasporto? Siamo sicuri di non sollecitare in questo modo l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’immigrazione a discapito dei lavoratori che a certi diritti ci tengono (giustamente)?

Ad ogni lavoratore ugual diritti. Forse di altro si parla quando si vuol liberalizzare, o meglio liberare, quei settori controllati da vere e proprie caste che tramandano di generazione in generazione i propri privilegi senza il minimo ricambio di merito.

Due cose chiarificano tutto. La prima è che in società avanzate la figura del notaio non esiste e le sue funzioni vengono svolte regolarmente da avvocati o uffici pubblici. La seconda è che nelle stesse società non esistono, ad esempio, farmacisti di serie A e di serie B. Un neolaureato figlio di operaio dovrebbe avere le stesse possibilità di aprire un’attività come quello (fortunato) di farmacista.

L’Italia non si spiega il perché le para-farmacie possono vendere estratti d’erbe e plantari ma non medicinali di alcune categorie, mentre le farmacie canoniche possono vendere medicinali di categoria A e C, cosmetici, estratti d’erbe, pannolini, spazzolini e dentifrici, scarpe, prodotti d’igiene, caramelle varie, sigarette senza nicotina, cioccolate ipocaloriche, integratori, pasta senza glutine, giochi per bambini, omeopatici…

Giuseppe De Lauri

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