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29 gennaio 2012

Luci ed ombre del “3+2”: la riforma al microscopio

Ci avevano promesso che avrebbe rimesso a posto le cose e, in effetti, qualcosa sembrerebbe essersi mosso.

Parliamo della celebre riforma del “3+2”, introdotta nell’ormai lontano 2000 allo scopo di allineare l’università italiana al modello europeo.

Ebbene sembra proprio che la riforma stia cominciando a dare i suoi frutti.

A cominciare dall’eccezionale aumento della percentuale dei laureati (oltre 200mila nel 2011 contro i 161mila del 2000) e della loro incidenza sulla popolazione in età da lavoro (14% attuale contro il 9% del 2000).

Ma non finisce certo qui.

I dati del Ministero dell’Istruzione sembrano confermare che i laureati post-riforma riescono a conseguire più rapidamente il titolo rispetto ai loro predecessori.

Si parla di una media di 26 anni per la triennale, che sale a 27 per la specialistica.
Un risultato stupefacente: ben 2 gli anni recuperati rispetto alla medie del 2000.

Ma sorprendenti sono anche ai risvolti sociali della riforma.

Il provvedimento ha fatto registrare, infatti, un salutare allargamento dell’accesso universitario.
Molti giovani provenienti da gruppi sociali tradizionalmente esclusi dal mondo accademico sono così riusciti ad iscriversi ai corsi, tanto che la percentuale dei neo laureati che portano a casa per la prima volta un titolo accademico è oggi salita al 70% circa.
Sembrerebbe, inoltre, che laureati post-riforma abbiamo più chance di trovare una collocazione sul mercato del lavoro, come testimoniamo gli stessi tassi di disoccupazione, sensibilmente inferiori rispetto a quelli ante-riforma.

So’ finiti i tempi bui? Certo che no.

Veniamo dunque alle dolenti note.
Se è vero com’è vero che i neo laureati trovano lavoro molto più ficlmente rispetto agli ante-riforma, forti di contratti lavorativi decisamenti più flessibili, è anche vero che le condizioni di questo lavoro non sono sempre favorevolissime, anzi.

La forbice che divide il reddito dei laureati da quello dei diplomati sì è, infatti, drasticamente ridotta, soprattutto per quanto concerne i primi anni di attività.

Lo stesso sistema economico italiano non sembra aver fatto grossi passi avanti in seguito all’iniezione di questo nuovo capitale umano nel mercato nostrano. Resta, insomma, da capire quanto questa situazione sia da ricondurre all’inefficacia della preparazione dei laureati del 3+2 o, piuttosto, all’incapacità del mondo dell’impresa di allocare opportunamente le nuove risorse umane a disposizione.

Un’incertezza che si riflette emblematicamente in quel preoccupante calo delle immatricolazioni che ha fatto da contraccolpo all’iniziale euforia con cui la riforma è stata salutata nel lontano2000: dal 56% del biennio 2003/2004 all’attuale 47% del biennio 2010/2011.

Questo è quanto emerge dal Rapporto I nuovi laureati sulla riforma del 3+2, presentato a Roma lo scorso 24 Gennaio dal direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, Andrea Gavosto.

Presenti il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Elsa Fornero e il presidente della CRUI, Marco Mancini.

Chiaro l’allarme sollevato dal rapporto, in cui si evidenzia la difficoltà del nuovo ordinamento di “dispiegare pienamente i suoi esiti sul mercato del lavoro”.

In poche parole essendo i nuovi laureati “all’inizio del loro percorso lavorativo”, cioè disoccupati per la maggior parte, non ha senso verificare l’effettiva utilità del titolo di studio conseguito.

Al tempo stesso, però, si ribadisce la bontà della riforma e dei suoi obiettivi.

Il vero guaio, insomma, sarebbe stata l’assenza di un’efficace azione di governo, capace di supportare adeguatamente gli impegni fissati dalla riforma. Senza dimenticare che tra i responsabili di questo ritardo ci sono le stesse università italiane, colpevoli di aver approfittato dei margini di libertà e delle opportunità assicurate dal 3+2, dando il là ad un proliferare incontrollato di sedi, corsi, insegnamenti e soprattutto cattedre di discutibile necessità.

Ma come uscire da questa impasse?

La risposta, stando al rapporto, andrebbe cercata in un’oculata “differenziazione” del nostro sistema universitario.

Tanto per cominciare garantendo una distinzione finalmente chiara e razionale tra formazione triennale, formazione professionalizzante e formazione magistrale-dottorale.

Nell’occhio del ciclone soprattutto l’offerta specialistica, per la quale il ministro Fornerosi sta mettendo a punto un modello di erogazione circoscritto ad un numero finalmente contenuto di sedi accreditate, pubblicamente finanziate in funzione della loro capacità di ricerca.

Obiettivo dichiarato dell’iniziativa: assicurare una maggiore mobilità degli studenti e una parificazione sempre più estesa delle opportunità nell’ottica di una meritocrazia non più di facciata, ma di fatto.

Auguriamoci che sia così!

Matteo Napoli

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