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29 gennaio 2012

Mi ami? Dammi la tua password

Dagli anelli con le iniziali incise all’interno, ai ciondoli mezzo cuore dalle metà combaciabili, ai braccialetti personalizzati, le prove d’amore commercializzate e commercializzabili sembrano essere infinite e sempre più strane.

Desiderio di sentirsi parte di un’unica entità in tutto e per tutto, tra i giovani occidentali, con l’avvento dell’era digitale, si sta diffondendo una pratica particolare: la condivisione della password.

Scambiarsi la chiave di accesso al proprio profilo dei social network, email, account, computer e telefoni bloccati è considerato l’atto emblematico di estrema fiducia da parte del partner. La soluzione più semplice e usata è quella di sceglierne e impostarne una identica.
Negli Stati Uniti il 30% degli adolescenti ha adottato questa pratica, non sconosciuta all’Europa e all’Italia, anche fra i più grandi.

Possibile che si accetti tranquillamente una tale invasione della privacy per manifestare il proprio affetto ed amore che altro non arriva a sembrare se non una gelosia quasi patologica?
Certo, c’è modo e modo di affrontare la questione: chi si scambia la password per comodità, del tipo “Amore, controllami la posta” o “Quante notifiche ho?” è in una situazione differente da chi la esige dall’altro per controllare i suoi movimenti in ogni istante, con chi si manda messaggi e email, a chi risponde e a chi no.

L’amore non dovrebbe essere anche cieca fiducia con la giusta dose di sana gelosia?
Gli psicologi, infatti, sconsigliano questo scambio-prova, sostenendo che spesso sia proprio la causa prima della fine del rapporto, e che, una volta finita la relazione, si possa trasformare istantaneamente in un’arma contro se stessi e l’ex partner.

Nonostante questo, i seguaci della condivisione cybernetica affermano di essere consapevoli dei rischi che essa può provocare, e che proprio questa essenza intrinseca di arma a doppio taglio ne fa la prova di fiducia per eccellenza, scatenando il gusto del proibito, e valorizzandone altrettanto i vantaggi, come il reciproco controllo nello studio.

La soluzione è sempre prendere le proprie decisioni in equilibrio: capire se la richiesta della password da parte del proprio partner sia un modo per controllare o aiutare, indagare o condividere, e motivarsi reciprocamente alla scoperta di nuove modalità di fiducia, rendendosi conto che il concetto in sé di “test della fiducia” è una mozione di sfiducia totale.
Altrimenti, come hanno testimoniato molti sondaggi, il pentimento è assicurato.

Chiara Bonome

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