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4 gennaio 2012

Suicidi “universitari”: quando lo studio diventa disagio

Capita a tutti di attraversare momenti difficili, momenti in cui la vita ci appare improvvisamente più faticosa, pesante, come un’onda nera proiettata su di noi, un muro che ci impedisce di guarda avanti.

Il vuoto comincia così a riempire lentamente le ore, i munuti, ogni istante, ogni respiro. Goccia a goccia, in uno stillicido di lacrime . La noia secca le vene, la speranza marcisce in silenzo.

Ma mentre alcuni, i più forti, riescono a tirarsi fuori dalle sabbie mobili di questo male di vivere, altri proprio non ce la fanno, cercando nella morte quelle risposte o, più semplicemente, quella pace che la vita non ha saputo dare loro.

Ci si ammazza per tutto (amore, depressione, infelicità), ci si ammazza anche per lo studio.

Troppi carichi, troppe ansie.
Sono indietro!, Non supererò mai quell’esame!, Non diventerò mai quello che sogno di diventare!, Non voglio deludere i miei!, Ho deluso me stesso ecc ecc.

La testa gira, si arrovella, si gonfia. Un malessere che cresce come un cancro insopportabile, finché la luce si spegne e giù il sipario.

Com’è successo ieri a Marta Nigro, 22 anni, studentessa universitaria di Scicli (Siracusa).
Si alza presto (alle 6) e, ancora in pigiama, prende la macchina della madre. Una lunga corsa verso ponte Mansovile, poi un tuffo nel vuoto.
Quando è stata ritrovata, priva di sensi, colla faccia nel fango vicino, ci si è illusi che il peggio fosse ancora evitabile. Ma non è stato così. Trasferita all’ospedale di Modica è morta subito dopo il ricovero, a causa delle gravi ferite riportate.
Una ragazza triste, raccontano. L’ennesimo dramma della solitudine. Marta era depressa, probabile che le cose all’università non andassero bene. Come tutto il resto.

Per non parlare di quel ragazzo, studente della Luiss, suicidatosi perché era rimasto indietro gli esami, mentre tutta la sua famiglia era convinta che mancasse poco alla laurea.
Mancavano in realtà altri 20 esami, ma a casa già si parlava di festeggiamenti e regali.
Sarebbe stata questa la molla che avrebbe spinto il giovane ad un gesto così estremo.
Non essere riuscito a confessare la verità alla sua famiglia, aver mentito per mesi. Ha preferito morire pur di non vedere tradite le aspettative della sua famiglia.

Dall’Università fecero sapere di conoscere la situazione del ragazzo. Tutti lo definivano un “caso critico”, ma per ragioni legate alla privacy non fu possibile avvertire la famiglia (almeno così si difesero dall’ateneo).
Molte volte era stato contattato dal servizio psicologico “Luiss ti ascolta”. L’ultima volta il giovane aveva promesso che avrebbe ricominciato a sostenere gli esami, non è andata così.

Ma farne una questione di “rendimento” sarebbe idiota e criminale. Ma soprattutto falso.

Pensiamo a quello studente suidicatosi a Genova il 5 Marzo 2010.
Uno 24enne iscritto alla facoltà di Medicina, morto sul colpo dopo essersi lanciato da una finestra dell’Ospedale San Martino.
Il ragazzo stava svolgendo un tirocinio presso l’ospedale universitario.
Le testimonianze di chi lo “conosceva bene” raccontano di uno studente modello, con la passione per l’università, oltre che una persona serena. Evidentemente si sbagliavano.

Un disagio profondo, insaziabile, che si alimenta di ansie, paranoie, ossessioni. Problemi il cui peso diventa spesso un carico troppo pesante, affannoso, specie per chi non ha più la forza di trascinarsi dietro certi fardelli.

È quello che è successo a Antonella Di Iorio, la studentessa delSuor Orsola Benincasa colta da infarto poco prima di sostenere un esame.

“Stava sostenendo la prova orale da circa quattro o cinque minuti – racconta il suo professore – quando ha iniziato ad agitarsi. In pochi istanti si è accasciata al suolo. Abbiamo pensato subito a un attacco epilettico, a causa dell’irrigidimento del corpo. In attesa dell’arrivo del 118 l’abbiamo distesa sulla pedana della cattedra e prestato i primi soccorsi. In pochi minuti è arrivata l’ambulanza, i medici l’hanno trasportata in un’altra aula per praticarle un massaggio cardiaco. Ne sono usciti dopo una trentina di minuti con la tragica notizia. Appena l’ho appresa ho subito sospeso la seduta d’esame”.

La ragazza avrebbe concluso il suo percorso di studi il prossimo dicembre con una tesi in diritto scolastico.

Difficile dire cosa si sarebbe potuto e dovuto fare per ognuno di questi ragazzi o cosa questi avrebbero potuto fare per se stessi.
Così com’è difficile farsi un’opinione che non sia “tutta stomaco” o “tutta testa”.

Di sicuro bisogna guardarsi bene dal fare delle fragilità una colpa. Piuttosto bisognerebbe sforzarsi di capirla, ascoltarla, con umiltà, con disponibilità, anche quando certe debolezze possono apparirci assurde, ingiustificate. Perché non è tutto scontato, perché cadere è umano

A volte insomma una parola sincera può fare miracoli.

È meraviglioso che ogni giorno ci porti una ragione nuova di sparire, diceva Emil Cioran, io invece dico che finché se non si trova qualcosa per cui vale la pena vivere non ha senso morire.


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