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4 gennaio 2012

Tra teoria e pratica: la nuova università italiana

Che l’Italia è in crisi è inutile dirlo. Chiunque viva al di qua delle Alpi e anche oltre, lo sa. I giornali lo gridano, la televisione lo annuncia: la crisi è ovunque, anche nelle università. Il cosiddetto brain drain è l’inevitabile effetto di un Paese che non valorizza le proprie intelligenze e gli effetti si vedono.

I dati parlano chiaro: le più importanti conquiste scientifiche dell’anno, dalla rivoluzione dei neutrini alla scoperta della prima stella senza metalli, sono state firmate da cervelli italiani in terra straniera. Più del 10% dei dottori di ricerca in ambito scientifico, e non solo, fuggono via. In Italia la sproporzione tra domanda e offerta lavorativa è quanto mai evidente, e soprattutto in questo periodo si fa sentire. E se l’innovazione economica tarda a venire, la colpa è di quel sistema che le “novità” fatica ad accettarle.

Nel periodo 2008-2018, solo il 12,5% delle assunzioni previste in Italia riguarda laureati, contro il 31% degli Stati Uniti. Il rilancio dell’economia parte dal ripensamento del sistema universitario, dove è necessario introdurre un progressivo inserimento degli studenti nel mondo lavorativo”, scrive Nicolò Cavalli. E in effetti è questo il buon proposito dell’università italiana per i prossimi anni.

Il concetto è questo. Se il mondo del lavoro in Italia dimostra continuamente di essere inadeguato a gestire il capitale umano dei laureati, non c’è altra scelta che innovare lo stesso sistema universitario. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. Ma come? L’idea è quella di creare dei corsi di laurea “tecnici”, mirati all’inserimento dello studente nel mondo del lavoro a partire dalle aule d’università.

La struttura delle nuove lauree è chiara. Il corso si articolerà in due parti, metà in aula e metà in azienda. Il numero di crediti necessari al conseguimento del titolo saranno ottenuti sia all’università che sul campo. Lo studente, dopo una prima fase teorica, sarà assunto con un contratto di apprendistato lungo tre anni presso un’impresa associata. La classica formula 3+2 viene reinterpretata: il binomio teoria-pratica dovrebbe, si spera, risultare vincente.

I vantaggi di questa proposta sono sicuramente tanti. Permetterebbe innanzitutto al laureato di presentarsi alla realtà lavorativa con una certa dose di esperienza. Inciterebbe le imprese a puntare su un “capitale giovane” e a svegliarsi da quell’impasse che regna da troppo tempo. È in fin dei conti un progetto che potrebbe cambiare le cose, proprio ora che di cambiamenti ce n’è un disperato bisogno.

Simona Pirro

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