• Google+
  • Commenta
5 gennaio 2012

Utopia di un contratto a tempo indeterminato

Giovani, diplomati, neolaureati, cum o sine laude, non importa, il desiderio è lo stesso: realizzarsi.

Raggiungere un obiettivo, concreto e all’altezza delle proprie aspirazioni, poter esprimere il proprio talento, indole, attitudine, creatività, nella certezza della possibilità di integrare il lavoro nella propria vita, e non la vita nel lavoro.

Certezza e utopia di un contratto a tempo indeterminato.
Un’utopia che non fa parte di quelle giuste, proprie dell’età, degli idealismi culturali, ideologici o naive; un’utopia inappropriata per chi ha tutta la vita davanti.

Constatazione che dimostra il lato anti-etico di una società poco futuribile e troppo futurista, proiettata in avanti esclusivamente per compravendite e sterili manipolazioni di marketing, in un’ottica e filosofia delle apparenze che non ha nulla di strutturale e promuove la forma sul contenuto, nell’estremizzazione del visual selling.
Destrutturalizzazione – e conseguente demotivazione – suggellate dai nuovissimi dati Istat che, sebbene provvisori, segnalano, a novembre 2011, un tasso di disoccupazione giovanile (15 – 24 anni) al 30,1%, livello più elevato dal terzo trimestre del 1993. Disoccupazione maschile che diminuisce del 3,7% rispetto al mese precedente (crescendo su base annua), mentre quella femminile aumenta del 6% rispetto ad ottobre.

Evitabile parlare di colpe, scontato assegnare responsabilità esclusivamente a governi ed istituzioni, o ad un fantomatico sistema. I governi, le istituzioni, i sistemi sono indici di imprinting culturale, dell’habitus mentale di un popolo che pensa a come riuscire a stare bene nell’immediatezza, ad uscire dai problemi, non a risolverli, nell’organizzazione last minute che accompagna ogni minuto dell’esistenza.

Un sistema è per definizione una strategia, una catena di montaggio efficiente, produttiva e in quanto tale non può negare un’evoluzione, di certo insita nella possibilità lavorativa.

Il desiderio e quantomai bisogno comune è quello di un’occupazione presente e meritocratica, non di caste, né di voti, né di precedenti esperienze, se questi sono esclusivamente fini a se stessi e rinnegano la prospettiva futur-culturale di cui una giovane generazione ha bisogno ma non è in grado di creare da sola.


Google+
© Riproduzione Riservata