• Google+
  • Commenta
21 febbraio 2012

Il Politecnico che parlerà inglese: un avvenire in chiaroscuro

Lingua italiana addio, c’eravamo tanto amati.

La svolta, come già ampiamente annunciato, viene dal Politecnico di Milano: a partire dall’anno accademico 2014-2015, a farla da padrone per quel che concerne i corsi di laurea magistrali sarà l’inglese.

La motivazione ufficiale, che non era difficile da immaginare, riguarda il voler conferire all’università un “taglio” più internazionale. “Formeremo i nostri studenti in un contesto multiculturale e attireremo più matricole dall’estero”, sostiene infatti il rettore Giovanni Azzone.

Si tratta di un progetto con il quale si intende seguire la rotta tracciata dal Politecnico di Torino, ma soprattutto predisposto per andare incontro a quegli iscritti provenienti dall’estero che negli ultimi anni sono divenuti sempre più numerosi.

Il Politecnico propone attualmente 17 corsi di secondo livello (su 34) in inglese; tuttavia Azzone auspica che si vada ben oltre: “Nel giro di due anni diventerà la lingua di comunicazione per tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato e andremo a costituire classi sempre più internazionali, con studenti da ogni parte del mondo affiancati a quelli italiani.

Detto così, sembrerebbe tutto rose e fiori. Ma ci sono anche i contro.

Il presupposto è semplice: molti degli studenti italiani che si affacciano all’università non conoscono e tantomeno parlano l’inglese con sufficiente dimestichezza, o almeno non al punto da dirsi pronti ad affrontare esami e corsi colloquiando faccia a faccia con docenti madrelingua.

Va detto a onor del vero che le fonti, a questo proposito, sono piuttosto contrastanti: secondo uno studio condotto abbastanza recentemente dal British Council Italia attraverso il cosiddetto test IELTS (in realtà sottoposto in gran parte a giovani dotati di una buona conoscenza della lingua), pochissimi studenti (l’1% circa) avevano conseguito, nell’anno 2009, un risultato inferiore alla soglia minima.

Meno rassicuranti erano i risultati di una statistica stilata da GoFluent, secondo cui il 60% degli intervistati si riteneva appena sufficientemente dotto di inglese (27%), quando non scarsamente preparato (33%).

Il dato più apocalittico venne invece diffuso lo scorso anno da EF Education First, dal cui studio, basato su interviste relative al 2007-2009, era possibile evincere come l’Italia fosse tra i fanalini di coda in Europa in merito alla conoscenza dell’inglese (in questo caso non solo tra i giovani) nei paesi più sviluppati, precedendo la sola Spagna.

Risulta quindi superfluo sottolineare che un cambiamento di questa portata, soprattutto se esteso oltre Milano, richiederebbe enorme pazienza e un graduale adattamento da parte di coloro (presumibilmente parecchi) che ora come ora non sarebbero culturalmente preparati ad un’evenienza simile.

L’iniziativa ha insomma tutte le carte in regola per far discutere e già si levano impietose le prime proteste, specie circa il fatto che molti studenti potrebbero trovarsi costretti, per approfondire la lingua, a frequentare corsi privati di cui certamente non tutti sarebbero in grado di sostenere le spese.

Significativo l’esempio del sondaggio proposto dal sito web studenti.it, che al momento vede trionfare la percentuale dei contrari (ben l’87%) a fronte di coloro che vedrebbero invece di buon occhio un cambiamento di questo tipo.

Azzardo o no, il rettore Azzone pare intenzionato ad andare sino in fondo senza riserve. E d’altronde gode del pieno appoggio da parte del ministro dell’istruzione Profumo, il quale ha salutato l’iniziativa come “un esempio per l’Italia che puntiamo a incrementare in ogni livello d’istruzione.

La miccia è accesa. C’è da scommettere che gli studenti più scettici del Politecnico cercheranno ben presto di far valere le proprie ragioni.

Google+
© Riproduzione Riservata