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21 febbraio 2012

Università: la parola d’ordine è “internazionalizzazione”

Atenei più aperti, in grado di attrarre sempre più studenti stranieri e di formare laureati capaci di competere all’interno del mercato del lavoro mondiale: questa, in parole povere, l’idea su cui il ministro Francesco Profumo intende basare la prossima riforma dell’università italiana.

Il concetto chiave del nuovo corso è quello dell’internazionalizzazione: secondo Profumo, che ha espresso alcune delle sue idee in un’intervista al “Sole-24 Ore”, gli atenei italiani dovranno, nei prossimi anni, vantare tra i loro iscritti un numero sempre crescente di studenti stranieri (europei e non) e dovranno essere semplificate le procedure che consentono agli studenti italiani di compiere all’estero parte della loro carriera universitaria. Questo, nelle parole del ministro, finirà per portare un duplice vantaggio: da un lato, consentirà agli stranieri di affacciarsi nel mondo dell’impresa italiana avendo già maturato una certa conoscenza del nostro Paese, dall’altro renderà più “internazionali” i laureati italiani, consentendo loro di competere più efficacemente nel mercato del lavoro fuori dai nostri confini.

Nell’ottica dell’internazionalizzazione alla quale il ministro sembra tenere così tanto, va rilevato che qualche ateneo ha giocato d’anticipo e si è già portato avanti con il lavoro: il Politecnico di Milano, infatti, ha fatto sapere che, a partire dall’anno accademico 2014/2015, tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato saranno tenuti esclusivamente in lingua inglese, e che lo stesso ateneo intende spendere 3,2 milioni di euro per assumere docenti stranieri. Un simile sforzo, anche economico, è reso necessario, secondo il rettore, dal fatto che negli ultimi dieci anni il numero di studenti che decidono di studiare all’estero è raddoppiato, e che perciò le università sono tenute a creare un contesto che incoraggi questa tendenza.

Va detto, ed è lo stesso Profumo a riconoscerlo nell’intervista, che nel campo dell’internazionalizzazione l’università italiana non parte proprio da zero: atenei importanti come l’Alma Mater di Bologna e il Politecnico di Torino (del quale fino a pochi mesi fa era rettore proprio Profumo) possono già vantare diversi successi in questo campo, ed è opinione del ministro che il buon esempio dato da queste università possa influire positivamente su quelle che finora si sono mosse meno in ambito internazionale. Questa del circolo virtuoso è, allo stato attuale delle cose, un’ipotesi forse troppo ottimistica, ma tutto sommato non priva di una sua validità: il problema principale è che gli sforzi compiuti finora per internazionalizzare la nostra università sono il risultato di iniziative prese da singoli atenei, mentre sarebbe più utile che un simile approccio venisse reso sistematico, così da rendere sempre più università italiane appetibili per gli stranieri che vogliono studiare nel nostro Paese.

Da quel che si evince dalle parole del ministro, che per ora espone solo un programma di massima, senza scendere nei dettagli, l’idea è proprio quella di creare un’università che sia complessivamente in grado di attrarre sempre più stranieri al suo interno. Gli sforzi, secondo Profumo, dovranno essere soprattutto di carattere organizzativo, più che normativo: un esempio possibile è quello dell’adattamento del nostro calendario accademico a quello della maggior parte delle università straniere, un altro quello dello snellimento delle procedure relative ai test d’ingresso, e se ne potrebbero fare molti altri. Insomma, le intenzioni sono buone , vedremo a che risultati porteranno.

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