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10 marzo 2012

UniKore: ciclo di incontri con architetti di fama internazionale

L’Università Kore di Enna ha organizzato quattro appuntamenti con architetti spagnoli e portoghesi di fama internazionale che incontreranno gli studenti delle Facoltà di Architettura, di Ingegneria e Scienze Motorie.

“Tra le pieghe della storia, architettura e memoria dei luoghi” è il titolo delle lezioni che inizieranno il 16 Marzo a cura dei docenti proff. Baglione e Gero Marzullo con l’intervento dell’architetto Guillermo Vazquez Consuegra, il quale tratterà il rapporto imprescindibile tra architettura, paesaggio e storia. Il tema del rapporto tra architettura e natura, lungi dall’essere soltanto una moda, merita attenzione e riflessioni puntuali che vanno al di là della semplice analisi relativa alla realizzazione di nuove opere che esaltano gli aspetti naturali.

Il linguaggio dell’architettura, infatti, oggi più di ieri, racchiude al proprio interno gli elementi della natura, tanto che si può arrivare a parlare di archinatura, intendendo con ciò il complesso e articolato intreccio con cui natura ed artificio collaborano nella costruzione del singolo edificio e del paesaggio.

Vazquez Consuegra presenterà opere e progetti che interpretano questo rapporto con soluzioni di grande interesse, proponendo spunti di riflessione utili tanto agli studenti, quanto ai progettisti di oggi chiamati a operare in contesti ricchi di stratificazioni storiche come quelli siciliani.

La serie di incontri continuerà il 13 Aprile con la lezione degli architetti madrileni Fuensanta Nieto ed Enrique Sobejano, per concludersi a maggio con gli interventi dell’architetto portoghese João Luís Carrilho da Graça, laureato alla ESBAL nel 1977, assistente presso la Faculdade de Arquitectura dell’Universidade Técnica di Lisbona tra 1977 e 1992, dal 2001, é professore a contratto presso il Dipartimento di architettura dell’Universidade Autónoma di Lisbona e, a partire dal 2005, dell’Universidade de Évora, ha svolto attività pedagogica in svariate facoltà, seminari, conferenze e semestri accademici, e dello spagnolo Antonio Jiménez Torrecillas.

Fuensanta Nieto ed Enrique Sobejano sostengono che l’architettura del Moderno trasmetta l’immagine di un architetto-creatore che governa il processo formale a suo piacimento. Il concetto di architetto come creatore ideale del costruito non si concilia, però, con la possibilità di innestare in un progetto ciò che era stato concepito da un altro in precedenza, così come in maniera simile scarsa è la tolleranza nei confronti dell’intervento di un artista su un’opera a lui estranea nella musica, nell’arte applicata, nella letteratura o nel cinema. Forse è anche questo il motivo per cui il Moderno, in base al concetto della “tabula rasa”, considera i monumenti storici opere da isolare mentre altri edifici del passato si ritiene debbano essere semplice mente sostituiti.

Di conseguenza, nella prima metà del XX secolo raramente il patrimonio teorico della Contemporaneità si integrava in una struttura esistente. Solo nell’ultimo decennio del secolo la percezione dell’architettura del passato muta in tutta l’Europa, anche in reazione agli irreversibili cambiamenti operati in diversi stati europei dove edifici antichi vengono inesorabilmente sostituiti con nuovi fabbricati. In particolar modo, agli inizi degli anni ’80, si sviluppa la consapevolezza del significato di ristrutturazione come particolare strumento di sostenibilità dello sviluppo urbano. Indipendentemente dal fatto che si tratti di opere conservative, piuttosto che di idee sperimentali, i più significativi interventi architettonici degli ultimi anni sono state ristrutturazioni ed ampliamenti in dialogo con la storia.

Chi interviene su un edificio esistente deve inevitabilmente porsi di fronte ai cambiamenti spazio temporali che si innescano. Nella progettazione sull’esistente, di recente o di più antico passato, spesso non riusciamo a sfuggire alla rara illusione che gli edifici sembrano portare in sé la genesi delle proprie mutazioni come se esistessero al di fuori del tempo e dello spazio, al punto che il nostro lavoro di architetti, in ultima istanza, consisterebbe nello svelare l’ordine dell’opera.

Ci piace l’idea che ogni edificio riesca a raccontarci come possiamo proce- dere nel suo interno, al di sopra o accanto ad esso, dobbiamo solo poter leggere le indicazioni suggerite dall’architettura stessa per come dobbiamo costruire, rivestire, sventrare o avvolgere. Progettare sull’esistente, ristrutturare o operare modifiche, forse, altro non è che decifrare gli intenti nascosti del primo progetto, mettendoci nella posizione di leggere un’architettura come somma di diversi testi, come fosse un palinsesto nel quale si percepiscono le tracce di una più antica iscrizione nonostante spesso sia indecifrabile.

Come ogni libro, che racchiude una nuova storia nella storia, allo stesso modo, anche una ristrutturazione e un ampliamento di un’opera architettonica racchiudono un nuovo capitolo aggiunto ad un testo infinitamente incompleto. In altre parole, facciamo emergere nuove idee che erano già a disposizione, realizziamo nuovi spazi e assumiamo le idee che altri hanno già avuto prima di noi, una storia infinita.

Lina Amelia Fiondini

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