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13 aprile 2012

Intervista a Mariagrazia, laureata, precaria, ma fiduciosa

Mariagrazia ha conseguito una laurea in lettere moderne presso l’Unical, l’Università della Calabria, è calabrese ed è fiera di esserlo. Nell’attesa di una chiamata da parte delle scuole pubbliche, non demorde, insegna in alcune scuole di recupero anni e nel pomeriggio dà ripetizione ad alcuni ragazzi. Non perde le speranze, crede ancora nella sua terra, così bella, ma ancora tanto indietro rispetto al resto d’Italia. Certamente la sua anima è combattuta, una parte di essa ripone piena fiducia nella sua città natale, non tanto nelle autorità che la governano, quanto nei giovani che ancora non l’hanno abbandanata, un’altra, tuttavia, crede che, se non ci sarà un cambio e uno svecchiamento delle istituzioni politiche e sociali, sarà costretta a prendere il volo.

Ad accogliermi è un sorriso e una forte stretta di mano. Ci accomodiamo ad un tavolino e ordiniamo un caffè. La prima domanda che le rivolgo è molto dura:

“Mariagrazia perché resti ancora in Calabria, cosa ti offre o cosa speri ti possa offrire una terra così, molto ricca di risorse, ma al tempo stesso, dove sono radicati nepotismo, mafia e sottosviluppo?”
Mariagrazia:- “Quella di rimanere in Calabria è stata una libera scelta, certo impopolare, ma consapevole, soprattutto delle difficoltà alle quali andavo incontro; la scuola subisce quotidianamente critiche, che sia al Sud, al Centro o al Nord Italia. Se avessi dovuto fare una scelta furba non sarebbe bastato un salto al Nord, ma una vera e propria fuga all’estero. Però, l’idea della fuga “forzata” mi piace ancora meno se penso che sono una libera cittadina che ha il diritto di poter lavorare nella sua terra, godendo di diritti e doveri che mi competono. Insomma, la valigia mi piacerebbe prepararla, ma per libera scelta, non per costrizione dovuta allo scempio al quale assistiamo, ogni giorno, riguardo il sistema dell’istruzione e della ricerca in genere. E poi, a parte il sottosviluppo, credi che mafia e nepotismo non abbiano posto le proprie radici anche fuori dalla Calabria?!”.

“Dopo esserti laureata, hai seguito la SISS. Al termine del corso biennale, hai pensato che ti saresti inserita subito nelle graduatorie così da poter iniziare a lavorare come insegnante?”
Mariagrazia:- “Le prospettive non erano rosee sin dall’inizio. Ho frequentato il VII cliclo della SSIS, prima che venisse bloccata e già le speranze di lavorare erano minime. Tuttavia, non si poteva credere che la situazione sarebbe precipitata tanto da toccare il fondo, e noi, manifestazioni e proteste a parte, abbiamo avuto le mani legate. Per fortura, ho completato il corso abilitante, penso a chi si è laureato dopo di me. Loro sono in una situazione ancora più drammatica. Penso ad amici miei, laureati, anche con il massimo dei voti, che sono costretti a lavorare nei call center o come commessi, con tutto il rispetto verso questi lavori. Ad ogni modo, non pretendevo l’immissione in ruolo, ma almeno che ci fosse uno scorrimento delle graduatorie”.

Passiamo ad una domanda dai toni decisamente più leggeri- “Quando eri pronta a decidere quale sarebbe stato il tuo corso di laurea, cosa ti ha spinto a scegliere lettere moderne?”
Mariagrazia:- “Questa domanda è per me la più sofferta perché mi riporta indietro nel tempo, quando le scelte  erano dettate dalla passione e non da logiche statistiche e pragmatiche. Cosa mi ha fatto scegliere? Il puro amore per le discipline umanistiche, per la poesia, per quel piacere gratuito di comunicare e relazionarsi in modo dialettico con i ragazzi, per poter guardare il mondo da una prospettiva meno invasiva come fa, appunto, la letteratura. Il tempo e il degenerare di quelle logiche legate alla politica e alle istitustioni, alla società immersa nel capitalismo, hanno abbassato totalmente l’entusiasmo e hanno evidenziato quanto meschino sia il sistema, denso di ingiustizia e precarietà. Il giorno dopo il conferimento della laurea, sei catapultato nel mondo “reale” e nelle difficoltà che ogni giorno aumentano e si complicano. Ritragliare un pezzo di cielo sotto il quale stare, per poter alzare la testa e guardare, sognando e ancora sperare, ecco, quello è il vero “lavoro” al quale mi sento chiamata a svolgere”.

“Ora, in base alla tua scelta, sapevi che una volta concluso il tuo percorso di studi, il principale sbocco lavorativo era l’insegnamento. Ecco, cosa rappresenta per te l’insegnamento e quale è stato il tuo approccio la prima volta in aula?”
Mariagrazia:- “La prima volta non si dimentica mai. E’ stata meravigliosa. Paura, mista ad ansia, mi hanno accompagnato fino a quando non ho avuto la classe davanti. Il bello è che, questa sensazione la provo tutt’ora, ogni volta che devo conoscere ragazzi nuovi, mi prende un formicolio alle gambe, mi sudano le mani, e il cuore mi va a mille. L’insegnamento, secondo me, è questo: conoscersi, scoprirsi, mettersi in gioco, crescere e costruire qualcosa insieme. La soddisfazione più grande la ricevo dagli occhi dei ragazzi, dalle loro domande, dalle critiche che muovono, dall’interesse verso ciò che insegno. Se sono stimolati, la loro mente reagisce ad ogni minima cosa. In questa società siamo costretti ad indossare una maschera, forse più di una, ma in classe, cadono tutte”.

“In ultima battuta, dove e come ti vedi tra qualche anno?”
Mariagrazia:- “Sarò un’ottimista, forse un po’ patetica, se dico che, mi vedo ancora nella mia terra, felice di lavorare con i miei ragazzi. Perché ciò che davvero voglio è rilanciare l’immagine di una scuola che lavora e va avanti, una scuola più giovane e dinamica, con più giovani al suo interno, giovani ai quali, momentaneamente, è stato sottratto il diritto più grande: la costruzione di un proprio futuro”.

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