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30 aprile 2012

Intervista all’Astronomo Massimo Brescia

Dal secondo dopoguerra, l’astronomia italiana ha imboccato un sentiero evolutivo particolarmente significativo. Con la conquista del suolo lunare, l’umanità entrò in una nuova fase. L’Italia, invece, cominciò a guardare l’universo con minore imbarazzo, ed a coltivare i primi desideri spaziali.

L’universo divenne una strada percorribile e le scienze astronomiche assursero a rango di terreno fertile su cui coltivare nuovi e sublimi sogni. Poi però, dopo gli iniziali voli pindarici, venne il tempo di confrontarsi con il danaro e con le risorse disponibili.

Nei primi anni ottanta del secolo scorso, mentre Stati Uniti ed ex Unione Sovietica progettavano e brevettavano a dismisura, l’Italia era intenta a fare i conti con la carenza di tecnologie e di risorse adeguate. Una carenza, tuttavia, attutita dall’entrata in scena di molti e validissimi giovani astronomi italiani. Dopodichè, sul finire degli anni 80, il progresso economico-culturale europeo intinse d’alloro e rianimò gli spiriti nazionali, lubrificando ed edulcorando i motori  delle scienze astronomiche continentali.

Nel 1988, infatti, fu istituita l’Agenzia spaziale italiana (ASI ). Alla creazione del primo ente governativo aerospaziale, fecero seguito, l’adesione all’Osservatorio Europeo e la partecipazione alle attività dell’Agenzia Spaziale Europea. Spinti dal desiderio di comprendere al meglio le attuali condizioni di salute dell’astronomia italiana, abbiamo deciso d’intervistare l’astronomo Massimo Brescia, docente di Tecnologie Astronomiche all’Università Federico II di Napoli e ricercatore presso l’Inaf Osservatorio astronomico di Capodimonte.

 

Quella che segue è l’intervista all’astronomo Massimo Brescia.

  1. Agli inizi degli anni ’80 l’astronomia italiana non disponeva di tecnologie essenziali e di strumenti d’avanguardia. Oggi, invece, con l’adesione all’Osservatorio Europeo Eso e con la partecipazione alle attività scientifiche dell’Agenzia Spaziale Europea Esa, sembra che la musica sia cambiata. E’ davvero così? Qual è il reale stato di salute della ricerca italiana?

 

 L’astronomia, come osservazione del cielo è l’antesignano delle scienze di base. Basti pensare agli Egizi ed ai pre-colombiani, oppure agli antichi filosofi greci. A tali scienze si contrappongono le cosiddette scienze applicate. Mentre quest’ultime hanno come scopo la scoperta e l’innovazione, propedeutiche alle attività ed applicazioni industriali e tecnologiche, le prime hanno invece come unico obiettivo la ricerca in quanto tale. Tuttavia, è ben noto come le scienze di base siano il vero volano di tutte le rivoluzioni della conoscenza umana. Purtroppo agli occhi di società moderne, orientate allo sfruttamento delle risorse naturali e sociali per il mero profitto e la ricchezza economica, le scienze di base appaiono uno spreco di risorse pubbliche ed una perdita di tempo (e denaro). Questa visione miope, arrogante ed ignorante ha causato e continua a provocare il continuo taglio ai finanziamenti per la ricerca di base. E l’Astronomia è una delle discipline più colpite, nonostante l’attivismo, l’intelligenza e la capacità di resistere della comunità astrofisica italiana. Ciò senza considerare che invece la vera strada per la crescita dovrebbe proprio incentrarsi sulle risorse per la ricerca scientifica. In Italia ormai definirei la ricerca un malato in coma profondo a cui i recenti governi stanno applicando l’eutanasia. Si deve cambiare mentalità e atteggiamento. Se si vuole evitare che il coma diventi irreversibile ed il malato terminale, occorre risanare e sovvenzionare la scuola pubblica a tutti i livelli, creare maggiore sinergia e collaborazione tra le Università, gli Enti di ricerca ed il settore industriale. Inculcare nelle giovani generazioni l’importanza della cultura e della conoscenza come crescita interiore, liberare i ricercatori dal giogo delle multinazionali industriali, rendere più accessibile l’Università pubblica alle famiglie meno abbienti, diffondere l’accesso libero e gratuito ad Internet su tutto il territorio nazionale, eliminare veramente il pilotaggio nascosto dei concorsi pubblici, basandoli realmente sulla meritocrazia. Queste sono solo alcune ricette per una sicura guarigione. Volere è potere!

 

 

2. L’astronomia è il più affascinante dei campi della scienza moderna. Galileo, Newton e Keplero furono gli artefici della prima rivoluzione scientifica. In passato, l’universo era scrutato ad occhio nudo; oggi, invece, si utilizzano radioastronomia e telescopi  sempre più potenti. Dottore, citando Giovanni Bignami, le chiedo: che cosa resta da scoprire? Secondo lei, è verosimile ipotizzare che in futuro ci saranno nuove rivoluzioni? Oppure crede non vi sia nulla da riscrivere?

 

Guardi, intanto le dico che è mia convinzione che il vero artefice della prima rivoluzione scientifica sia stato Leonardo da Vinci. Senza dilungarmi, le basti considerare che fu lui, circa un secolo prima di Galilei, a introdurre il metodo sperimentale come pietra miliare della speculazione scientifica moderna. Purtroppo era disordinato e troppo occupato a curiosare ovunque per scrivere trattati sistematici sulle teorie e scoperte che compieva su base quotidiana.

Venendo ai giorni nostri, credo che resti tutto da scoprire. Le odierne tecnologie osservative cui accennava lo stanno dimostrando. Mi piace citare la famosa frase di Neil Armstrong pronunciata all’atto di posare il primo piede sulla Luna nel lontano 1969 “Un piccolo passo per un uomo, un enorme salto per l’umanità”. Ogni volta che si realizza uno strumento tecnologicamente più potente si compie un nuovo salto verso la conoscenza. Ma non credo che smetteremo mai di saltare. Anzi dobbiamo cominciare a “volare”! Cogito ergo sum? Se smettessimo di ricercare e di voler conoscere, sarebbe l’inizio dell’estinzione irreversibile della razza umana.

 

3. Dr. Brescia, lei insegna Tecnologie Astronomiche all’Università Federico II di Napoli e ricopre l’incarico di ricercatore astronomo presso l’Inaf Osservatorio astronomico di Capodimonte. Dal 2006, inoltre, è membro dello Iau, International Astronomical Union. Potrebbe renderci edotti degli importanti progetti a cui ha preso parte?

 

Ho avuto la fortuna di approcciare il mondo della ricerca grazie ad un mentore di eccezione, come il compianto prof. Eduardo Caianello, capostipite della Cibernetica italiana. Nel campo dell’Astronomia hanno guidato i miei primi passi i proff. Capaccioli e Longo, non solo grandi astronomi (attualmente alla Federico II), ma anche eccezionali umanisti e dalla vasta cultura tout court. Da questi personaggi ho imparato l’amore per la conoscenza e l’esplorazione versatile della scienza e della tecnologia. Queste prerogative hanno innescato un mio dinamismo intellettuale ed il desiderio di mettermi continuamente in gioco, senza mai piegarmi a condizionamenti legati a sbandierate e spesso false occasioni di carriera. Lo testimoniano i vari e variegati settori d’interesse e progetti in cui ho ed ho avuto il privilegio di lavorare, dalla tecnologia astronomica da terra (grandi telescopi come VST e TNG, strumenti complessi per telescopi come VIMOS), alla tecnologia per la fisica particellare (il progetto NEMO, telescopio sottomarino per neutrini dell’INFN), all’astronomia dallo Spazio (il telescopio spaziale Euclid dell’ESA), alla tecnologia informatica (strumenti WEB per l’analisi efficiente di enormi archivi di dati), fino all’AstroInformatica (tecniche di intelligenza artificiale per l’analisi scientifica dei dati provenienti da osservazioni dell’Universo). Mi piace ricordare uno degli ultimi progetti (in ordine temporale), proprio legato al connubio tra Astrofisica e Informatica, il progetto DAME (Data Mining & Exploration, http://dame.dsf.unina.it/). Lo voglio citare perché lo considero anche una mia creatura e perché è uno specchio dello stato in cui si è costretti a fare ricerca in Italia. Vecchio di circa 5 anni, il progetto è stato curato da pochi strutturati, ma soprattutto da giovani precari, studenti, dottorandi, volenterosi e armati solo di grande passione e intelligenza. Senza soldi abbiamo raggiunto grandi soddisfazioni in campo internazionale. Harvard, Caltech, università indiane, arabe ed europee hanno chiesto di collaborare con noi. Abbiamo messo in pratica idee lungimiranti (come il Cloud computing e l’uso della tecnologia informatica per permettere analisi complesse di grandi moli di dati tramite un semplice smartphone), che ora sono diventate la consuetudine in molti settori sociali, industriali e scientifici a livello globale.

Che dire? Mi ritengo fortunato e lusingato di aver potuto vivere queste diverse esperienze. Sto cercando di inculcare questo atteggiamento versatile e umile alle giovani generazioni. Lo scienziato del futuro deve assolutamente coltivare e perseguire l’idea di creare sinapsi tra scienza e tecnologia. Lo dice anche il quarto paradigma della scienza moderna: dopo teoria, sperimentazione e simulazioni, adesso c’è l’e-science, ossia l’esplorazione di grandi quantità di dati eterogenei sfruttando la tecnologia informatica. E’ questo il futuro cui ispirarsi, non solo per l’astronomia.

 

4. Secondo lei, al di là delle evidenti differenze formali, tra scienza e religione esistono anche dicotomie sostanziali e teleologiche? Cos’è l’Osservatorio Astronomico Specola Vaticana ed in che cosa differisce dall’Osservatorio astronomico di Capodimonte?  

 

La Specola Vaticana è un’organizzazione di fatto scorporata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e quindi da tutte le sue unità locali, come l’Osservatorio di Capodimonte. Per sua vocazione teologica, persegue la ricerca nel settore astronomico al fine di una validazione dei dogmi della religione cattolica. Non ritengo sia, come altri vogliono intendere, il valido esempio di coniugazione tra scienza e fede. Per un motivo molto semplice: non pone scienza e fede sullo stesso piano, ma usa la prima per cercare testimonianze naturali alla seconda. E’ dunque utile e legittima sicuramente, ma non ha la prerogativa suprema della ricerca scientifica: la libertà da qualunque condizionamento del pensiero umano e da dogmi non dimostrabili scientificamente.

L’Osservatorio di Capodimonte è invece uno degli istituti di ricerca facenti capo all’INAF. E’ però particolare rispetto agli altri osservatori, poiché è l’unico dell’Italia meridionale (isole escluse), da Roma in giù e perché, essendo uno dei più antichi (quest’anno si festeggia il suo bicentenario dalla fondazione), ha una storia molto importante e peculiare nel contesto della città di Napoli. E solo da pochi anni stiamo ottenendo i primi risultati dei nostri sforzi di coinvolgere e convincere la comunità cittadina a vivere di più questo piccolo gioiello, troppo spesso dimenticato o ignorato dai partenopei. Tornando alla dicotomia tra scienza e fede, pur essendo un cattolico credente e praticante, ritengo che la scienza debba essere fine a se stessa per poter raggiungere in totale autonomia ed indipendenza le scoperte che rivelino le leggi che governano l’Universo e la natura umana. Qualunque condizionamento assoggetta la scienza ad un mezzo, piuttosto che ad uno scopo. In questo caso Machiavelli sbagliava…

 

5. Lei ha ricoperto anche il ruolo di coordinatore del progetto “L’astrofisica va a scuola”. Recenti statistiche rivelano un calo delle iscrizioni alle facoltà scientifiche. Quale consiglio darebbe ad una futura ed indecisa matricola universitaria? Crede che le università italiane possano reggere il confronto con quelle nordeuropee?

 

Credo in parte di aver già risposto a queste domande. Sottolineo che un vero scienziato debba sempre approcciare qualunque problema con umiltà. La Maieutica, nel senso socratico, è fondamentale per la scienza. Bisogna dedicare sempre molta attenzione e tempo alla divulgazione ed alla didattica. Ma non sentirsi mai un “professore”, bensì un individuo con un po’ di esperienza e conoscenza in più, il cui obbligo morale e sociale debba essere il condividere le sue risorse intellettuali ed esperienze pratiche con i giovani. C’è un luogo comune che dice “chi sa fa e chi non sa insegna”. Bene, un vero scienziato deve sfatarlo, prima facendo e poi insegnando e trasmettendo il proprio sapere agli altri. Nella mia piccola esperienza di docente alla Federico II e di divulgatore presso l’Osservatorio ho sempre fatto di questo concetto una legge di vita professionale e a detta di molti studenti pare che sia stato un elemento vincente.

Il calo di iscrizioni è frutto di un’ignoranza dilagante nel Paese, anche a causa delle recenti politiche sbagliate, che hanno inculcato principi morali ed esempi fuorvianti di approccio sociale post-maturità. I costi d’iscrizione molto elevati e la sfiducia nelle prospettive del mondo del lavoro hanno fatto il resto. Insegnando dal 2002 ad oggi ho constatato come sia cambiato il paradigma studente-insegnante. Prima c’era lo studente che s’iscriveva per imparare e l’insegnante poteva liberamente valutare le reali attitudini e capacità dello studente. Adesso esiste lo studente che, iscrivendosi, “paga” un servizio ed esige un “prodotto” in cambio, ossia la laurea. Quindi il docente “deve” promuovere lo studente in quanto “cliente” che paga e anche per poter garantire l’introito all’università, indipendentemente dalle reali qualità dello studente. Questa distorsione del mondo accademico, relegando gli atenei ad aziende, ha condizionato e sta logorando la creazione delle attuali e future generazioni di professionisti. Se continua così, avremo un popolo di pochi laureati, per giunta ignoranti, causando un deprimente e cronico calo della qualità delle classi dirigenti del futuro. Abbiamo innescato un processo negativo che avrà ripercussioni a catena in tutti i settori, pubblici e privati e causerà il divario sempre più netto con altri paesi molto più virtuosi, come quelli che Lei ricordava.

Ad una matricola cosa consiglio? Beh, di iscriversi scegliendo in base alle proprie passioni e attitudini, approcciando gli anni accademici con umiltà e spirito di sacrificio, armandosi di volontà ferrea, pazienza e curiosità. Potrà così contribuire a disinnescare il processo negativo descritto in precedenza. Lo studente deve al contempo rispettare e amare la cultura, non come mezzo per far soldi, ma per arricchirsi dentro. Ciò che semini raccoglierai…

 

 

 

6. Cosa ne pensa di Controcampus?

 

Ho avuto modo di apprezzare molte volte il vostro lavoro di puntuale e corretta informazione sul mondo dell’istruzione e dell’università. Nei vostri articoli si respira aria fresca, giovane e soprattutto libera e lontana da condizionamenti politici o utilitaristici. Di norma non ci si dovrebbe stupire di questo, ma purtroppo l’informazione mediatica circostante è ormai intrisa di mutilazioni giornalistiche, mistificazioni nelle interpretazioni e censure a vari livelli. In questo blob siete e potete a buon diritto rappresentare una contro-tendenza. Ed è anche questo il motivo per cui non ho esitato un istante ad accettare il vostro gentile invito per questa chiacchierata.

L’arma vincente è il coinvolgimento dei giovani che vivono le nostre realtà accademiche. Solo dando voce alla base si può migliorare e garantire il rispetto e l’uguaglianza per tutti nella piramide gerarchica dei siti accademici e della ricerca. Mi raccomando, continuate così, a qualunque costo.  


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