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12 aprile 2012

L’import-export dei cervelli

“…Ho anzi sempre sostenuto che il progetto Erasmus ha non solo valore intellettuale, ma anche sessuale, o se volete genetico. Mi è capitato di conoscere molti studenti e studentesse che, dopo un certo periodo trascorso all’estero, si sono sposati con una studentessa o uno studente locale. Se la tendenza s’intensifica, visto che poi nascerebbero figli bilingui, in una trentina d’anni potremmo avere una classe dirigente europea almeno bilingue. E non sarebbe poco…”

La frase che avete appena letto è di Umberto Eco, come non essere d’accordo col quadro delineato dal grande scrittore? Una graduale e crescente contaminazione culturale tra “i popoli europei”, sempre meno provinciali, sempre più continentali e preparati alle sfide di un domani che non permette più di essere “padroni a casa propria” ma suggerisce di essere cittadini del mondo. Una rosea prospettiva, un’eventuale rivoluzione della composizione genetica (e la storia potrebbe suggerire come il melting-pot sia spesso stato un fattore vincente per l’evoluzione umana) della civiltà del nostro continente.

Viene tuttavia da chiedersi se questo fenomeno si verificherebbe in maniera più o meno uniforme in tutte le realtà territoriali. Viene cioè il sospetto che, degli effetti di questa tendenza, alcuni europei ne potrebbero beneficiare più di altri. E se questi altri fossimo proprio noi cittadini del Belpaese?

Naturalmente è necessario sottolineare che si sta ragionando per ipotesi, provando a immaginare uno scenario solo abbozzato, senza pretese di scientificità. Tuttavia il sospetto di cui si parlava trova qualche riscontro in alcuni dati estrapolati da un rapporto che l’Ocse ha reso pubblico nel 2009.

Emerge da questo rapporto che su 20 milioni di laureati nei paesi Ocse (tra i quali figurano, è bene sottolinearlo, anche stati di altri continenti) che si sono trasferiti in un paese diverso da quello d’origine, soltanto lo 0,7% ha scelto l’Italia. E’ stato inoltre stimato che su 100 laureati nazionali circa 3 sono stranieri, mentre la media degli altri paesi è di 10,45.
Inoltre, per tornare al tema dell’Erasmus, se consideriamo i 5 paesi europei più popolati (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia) si rileva che lo Stivale chiude da fanalino di coda la classifica del numero di studenti erasmus ospitati in questi 25 anni: “solo” 18.137 contro i 22.650 del Regno Unito, per citarne uno.

Che gli italiani siano un popolo di santi, poeti, navigatori ed emigranti è pacifico. Di fuga dei cervelli si parla ormai da tempo: è innegabile che stiamo continuando a nutrire i “cugini” di continente con le nostre migliori risorse. L’esportazione di laureati non è un male di per sè, al contrario è appunto un fenomeno che potrebbe portare ampi benefici, a patto che nello stesso tempo si verifichi un’ altrettanto consistente importazione.
Diventa quindi sempre più urgente una riflessione a tutti i livelli sullo stato di salute dell’università italiana e sulla posizione internazionale dei nostri atenei (considerata la scarsa attenzione riservata al finanzamento dell’università pubblica nelle ultime manovre finanziarie) per non dover trovarci davvero a sentirci dei periferici “padroni a casa nostra”.

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