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5 maggio 2012

Al lavoro! Il primo maggio non è ancora finito

May Day è il nome della parata che il primo maggio ha percorso le strade di Milano per dare corpo, voce e valore al lavoro che stiamo vivendo, che abbiamo o che non abbiamo, ma che pretendiamo ripensare. Tutte le città italiane si sono mobilitate, ognuna con le sue invenzioni politiche, tutte per significare che “Precari. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Anche a Bologna non è mancata la vivacità della presenza politica che dà rappresentazione della realtà oltre ogni rappresentanza e ogni falsa coscienza ideologica. Un esempio importante è lo spettacolo portato in scena dal gruppo di giovani donne che ha deciso di ribattezzarsi Rosa Rosae.

Ne spiegano il motivo: come tutti sanno, è l’inizio della prima declinazione latina. Non c’è nulla di accademico in questo nome. La prima declinazione è la più semplice, quella che tutti ricordano, anche chi il latino non l’ha mai studiato. “Declinazione” è una bella parola: non è altro che la flessione di un sostantivo in questo caso del nome di un fiore, in modo da adattarla alle varie funzioni che la parola stessa può assumere all’interno di una frase. A lottare con le altre Rose. Perché Rosa è anche il nome di una persona a noi cara: Rosa Luxemburg. Noi che ci siamo riunite per prima cosa grazie all’urgenza di parlare di lavoro non potevamo non pensare a lei. Ma c’è un’altra Rosa dietro il nostro nome: Rosa Louise Parks, che semplicemente rifiutandosi di cedere il posto sull’autobus a un bianco ha cominciato a cambiare la storia. Vorremmo fare come lei: lavorare per mettere in discussione un sistema che alcuni considerano senza alternative. E non parliamo solo di donne: partiamo “da noi” per arrivare al mondo.

E sei anche fortunata.. (video) è un’opera di resistenza artistica, già presentata in occasione del convegno di marzo Se Non Ora Quando – Vite, Lavoro, non lavoro delle donne e che, ora, sta girando la città e dintorni. Le protagoniste di Rosa Rosae sono la generazione che spazia dai 25 ai 35 anni, “alcune di noi sono artiste, altre filosofe, altre ancora lavorano nella comunicazione, nella ricerca, nel sociale, nella cultura… tutte siamo precarie.  RosaRosae è nata ufficialmente il 21 luglio 2011, data della nostra prima riunione. Il percorso che ci ha portate lì è stato a ‘tappe’”.

Forte, toccante, soprattutto efficace è il racconto che queste ragazze, alcune attrici professioniste, altre in erba, hanno deciso di consegnare al pubblico: una pièce teatrale scritta a partire dalle storie quotidiane di ciascuna prima e dopo, o a prescindere, dalla carriera accademica: cosa succede durante un colloquio? Cosa, nelle nostre case affidate a governanti, quasi sempre donne, ormai quasi sempre migranti? Cosa, in famiglia, quando vengono sospinte le aspirazioni sui nostri destini, in un mondo che sembra crollare, che è in trasformazione, che dovremo sorreggere? Cosa, nelle relazioni interpersonali quando la flessibilità diventa una colpa, la stabilità un ricatto ed un tabù, e, finiti gli studi, si cade in un vuoto di senso o in fatiche senza “guadagno”? Cosa nelle imprese che cercano fattori produttivi per stage non pagati? Cosa nel volontariato che diventa ammortizzatore sociale e pratica di autosfruttamento quando gioca sulle aspirazioni frustrate e sulla cultura del lavoro gratuito che esubera dai limiti del dono?

Succedono tante cose, cose comuni e che devono uscire dalle porte, dal silenzio, dal privato e contarsi nel pubblico, fare rete, farsi forza per riformulare le domande di vita, all’altezza di desideri e di speranze, assumibili su di sé per spostarsi in avanti, pronti e pronte ad accettare e sfidare il rischio di reinventare qualcos’altro rispetto al sistema in frantumi, anche affrontando le contraddizioni e le ambiguità: “questa volta è importante poter decidere in che modo guardare parlare al mondo partire da una domanda sentita non da esigenze dettate dal mercato perché il mercato pretende, non domanda”.

Desideriamo tutto o, per meglio dire, vogliamo essere nelle condizioni di poter scegliere tutto quello che desideriamo. Vogliamo riflettere su tutto questo e riempirlo di nuovi significati. scandagliando il nostro immaginario, i nostri desideri, le nostre contraddizioni”.

Così, ascoltando quelle giovani donne esposte con il loro esserci, a fronte alta, fiere delle loro competenze, presenti alla rivelazione del loro destino vengono in mente tante cose che sono già nel mondo, ma che improvvisamente assumono maggiore forza, maggiore visibilità, maggiore concretezza: viene in mente il talento dell’asturiana Angeles Caso ed i suoi romanzi, storie vere, di cui protagoniste sono donne incontrate nella quotidianità, migranti, assunte come baby-sitters o badanti, donne in bilico tra due mondi che tengono incollati; viene evocata la frontiera scivolosa su cui avanzano giornaliste e studiose, come Marina Terragni che immagina un cambiamento politico radicale in cui, solidalmente, si faccia rete, parafrasando un capitolo del suo ultimo libro “Un gioco da ragazze”: non si tratta di tenersi fuori da tutto. Si tratta di essere dappartetutto in altro modo. Quello che al momento possiamo fare è stare nei luoghi della scuola, del lavoro, della politica istituzionale in modo intermittente, anfibio, ironico. In una postura di confine, in andirivieni continuo tra lì e la vita, tra la politica seconda e la politica prima. Quello che non possiamo più permetterci è starne del tutto fuori. Ci vuole coraggio, creatività e fiducia. Fare ordine. Fare gioco.

Complici di questa impresa collettiva sono il web e l’arte. Le interconnessioni del web perché contiengono spunti nuovi, dissidenti, scoperte da condividere, come il LIBRA.Voglio essere libera: Libra in spagnolo significa Bilancia ed è un gioco di parole che fotografa donne, lavoro e maternità, si tratta del cortometraggio della regista spagnola Carlota Coronado, girato nel 2006 con protagonisti Helena Castaneda e Josè Angel Egido. Come anche il docufilm A casa non si torna. Storie di donne che svolgono lavori maschili di Lara Rongoni e Giangiacomo De Stefano (la produzione è della società imolese Sonne Film). L’anteprima è stata a Bologna ad inizio aprile, alla presenza di Susanna Camusso e delle istituzioni cittadine. Nel film le storie e le testimonianze delle lavoratrici si accompagnano ad una conversazione con Franca Rame che ha precisato “I lavori ‘faticosi’, oggi, come nel passato sono considerati lavori preclusi alle donne… Ma cosa mi raccontate? Le donne li hanno sempre svolti, ma senza che nessuno li riconoscesse”. Come si legge su Il Fatto Quotidiano (del 5 maggio 2012), i due produttori hanno commentato “La capocantiere, la camionista, l’elettricista e tanti altri ritratti di donne sul posto di lavoro testimoniano le difficoltà, ma anche l’orgoglio della propria condizione. Nulla è trasformato in esibizionismo e neanche in autocommiserazione, ma è un racconto che consente di capire come queste donne affrontino la vita”.

Poi c’è l’arte perché è simbolicamente potente, come ha saputo dire l’artista bolognese Donatella Franchila capacità artistica di una singola persona è come una miccia che accende la creatività degli altri, allo stesso modo la pratica politica per essere efficace deve essere pratica creativa, capace di agire nella realtà quotidiana delle persone senza aspettare la presa del potere. Si parte dal proprio desiderio, ci si rischia con amore ed intelligenza”.

Viene, dunque da chiedersi: e se la crisi fosse anche un’occasione? Occasione di negoziare un nuovo ordine?

Sulla precarietà femminile, anche all’università, avevamo già dedicato una riflessione in occasione della pubblicazione dell’inchiesta de Il Fatto Quotidiano dalla quale risulta che la maggioranza delle laureate sono donne che poi non vengono assunte, disfunzione sia per coloro che decidono di seguire la strade della ricerca all’Alma Mater, sia per chi ha altre aspirazioni. Qualcosa non funziona, e va aggiustato il meccanismo continuando a partecipare, dibattere ed inventare.

Il prossimo appuntamento bolognese si terrà venerdì 11 maggio, dalle 18 alle 20, alla Casa della Fotografia (Piazza Spadolini, Via San Donato 68, Quartiere San Donato): si discuterà di “Donne nelle fabbriche ieri e oggi” con Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’UniBo e con Maddalena Vianello, assegnista di ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Alla fine della conversazione, seguirà la proiezione di “LICENZIATA!” a cura e con le lavoratrici OMSA.  Al riguardo, è interessante il contributo realizzato dal Collettivo bolognese Mujeres Libres: le giovani studentesse hanno intervistato gli autori del documentario, la regista Lisa Tormena e lo sceneggiatore Michelangelo Pasini (intervista).

Insomma, vite che avanzano tra immobilismo e rincorsa a perdifiato: a volte fermarsi significa imbroccare la strada giusta. Fermarsi per vivere politicamente, senza deleghe, senza fare un passo indietro, lasciandosi attraversare da una risposta imprevista ed in questo modo trasformarsi.

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