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7 Maggio 2012

Le pagelle agli atenei non convincono

L’Anvur (Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) si è insediata da appena un anno, ma nonostante la sua breve vita le università italiane la considerano già il pericolo pubblico numero uno. Questo perché l’assegnazione dei fondi pubblici (800 milioni di euro, che pare diventeranno presto 1 miliardo) dipende in buona parte dalle sue valutazioni, proprio come i destini dei Paesi più colpiti dalla crisi dipendono dai “voti” delle agenzie di rating.

A prima vista, sembrerebbe tutto molto bello e molto giusto: finalmente viene istituito un ente che premia il merito e consente allo Stato di finanziare solo gli atenei di maggior valore. Ma è davvero così? Ad un esame un po’ più approfondito, verrebbe da dire no. Le polemiche sull’operato dell’Anvur investono diversi ambiti, di cui è bene dar conto: in primo luogo, è stato fatto notare che mentre all’estero la valutazione degli atenei viene sempre affidata ad un’Autorità indipendente, da noi l’Anvur è invece di diretta emanazione governativa, il che può legittimamente sollevare dei dubbi sul suo grado di imparzialità.

Secondariamente, è necessario chiedersi se i criteri con cui vengono valutati i lavori dei docenti, dei ricercatori e degli enti di ricerca (sulla base dei quali viene poi assegnato il voto finale alle università) siano effettivamente congrui ed oggettivi. Anche qui, fioccano le polemiche: per quanto riguarda le materie scientifiche (come fisica, matematica e medicina) si utilizzano gli indici bibliometrici, cioè si stabilisce il valore di un articolo e di una rivista in base al numero di citazioni che ricevono. Il “voto” finale si ottiene facendo una media dei numeri ricavati da due banche dati con cui l’Agenzia ha stipulato un contratto: a parere di molti, ci troviamo davanti ad un obbrobrio statistico, che non garantisce affatto una valutazione oggettiva. A sostegno di questo parere negativo, si può segnalare quanto dichiarato a “l’Espresso” da un docente della Sapienza, che ha fatto notare che nell’ateneo capitolino il professore con la migliore valutazione, stando a questi criteri, è il rettore Luigi Frati, il quale, alla luce dei numerosi incarichi dirigenziali che ricopre, non sembra possa dedicare molto tempo alla ricerca scientifica: però, dal momento che ha firmato numerosi articoli realizzati nelle strutture che dirige, e che la prima firma è quella più importante, può contare su un voto altissimo secondo i criteri Anvur.

Le cose non migliorano se ci si sposta nel campo umanistico: qui vige la “peer review informata”, cioè una valutazione fatta da esperti delle varie materie “aiutati”, perché sennò il loro lavoro richiederebbe tempi troppo lunghi, da tabelle che classificano le riviste su cui vengono pubblicati gli articoli. In questo caso il problema sta nel fatto che queste tabelle, privilegiando le riviste di carattere generale , relegano in seconda fila pubblicazioni di sicura eccellenza ma “settoriali”. Inoltre, i criteri scelti per la valutazione, ad esempio la presenza in rete o la diffusione in inglese, sembrano fatti apposta per privilegiare non necessariamente chi lavora meglio, ma chi occupa già oggi una posizione preminente nel suo campo. Insomma, pare che la tendenza sia quella di eliminare le realtà più piccole a tutto vantaggio dei più forti.

Dall’Anvur si è risposto alle critiche dicendo che, poiché l’Agenzia sta muovendo i primi passi, le prime valutazioni vanno considerate come delle prove, in base all’esito delle quali si vedrà se i criteri che si è deciso di utilizzare sono buoni o vanno invece modificati. Senza voler mettere in dubbio la buona fede dei dirigenti dell’Agenzia, siamo proprio sicuri che in un periodo di crisi come questo, con le università che hanno l’acqua alla gola, non fosse meglio aspettare di aver messo a punto un sistema di valutazione più convincente? Dopotutto,in base ai voti dell’Anvur lo Stato decide quali università finanziare e quali no: di questi tempi, è quasi come decidere se un ateneo può continuare nel suo lavoro o se invece deve chiudere.

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