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10 Maggio 2012

Vita del giornalista precario che guadagna due euro a pezzo

Sentiamo parlare quotidianamente il professor Mario Monti e i suoi ministri di crisi economica, mancanza di lavoro, lotta al precariato… Nel campo dell’informazione aumentano sempre di più i giornalisti precari, quelli che quotidianamente scrivono sui siti d’informazione o sui giornali free-pressm realizzano interviste, conducono inchieste e scoop, ma che non hanno certo nè un telefonino aziendale, nè una telecamera se non la propria nè un rimborso spese per glispostamenti o una busta paga fissa a fine mese.

Una professione difficile quella del giornalista, con una gavetta lunga anni e anni, che spesso non sarebbe possibile affrontare se non grazie all’ammortizzatore sociale per eccellenza in questo periodo storico: la famiglia.

Ma sapete quanto guadagna un giornalista precario? Spesso e volentieri la retribuzione ad articolo va dagli 1,20 ei 2,50 euro a notizia, in alcuni casi arriva anche a 4 – 5 euro, ma lì siamo già nel contentplacement, e non nell’informazione.

Chi diventa giornalista, in teoria, dovrebbe attenersi alle regole deontologiche, seguire criteri di affidabilità e veridicità delle notizie che pubblica e diffonde, ma se si viene pagati a parole e così poco per ogni articolo, non andrà a rimetterci sempre di più la qualità a discapito della quantità?

Se non si hanno altre fonti di sussistenza si finisce per forza per trascurare la propria professionalità e quindi spesso i freelance sono chiamati a dover scegliere tra guadagnarsi da vivere o esercitare la propria professione con serietà e continuità.

Ma perchè si parla così poco del nuovo precariato giornalistico?  Una buona informazione dovrebbe essere tutelata e protetta anche da chi ci governa, poichè risulta una condizione possibile solo quando il giornalista non subisce il ricatto di una paga misera, che lo porti a produrre contenuti senza professionalità, solo per riempire spazi vuoti e rimpiazzare i colleghi assunti nei periodi estivi…

ho dedicato un intero capitolo alle scuole di giornalismo, dimostrandone l’assoluta inutilità ai fini del “trovare lavoro”, visto che oggi un’azienda è più propensa a prendere un collaboratore piuttosto che un professionista. E poi, esse ampliano il divario sociale, e di certo in Italia non ne abbiamo bisogno: l’accesso alla professione non dovrebbe essere possibile secondo una logica di discriminazione economica. Piuttosto, l’Odg dovrebbe riconoscere quei corsi di laurea che hanno nel giornalismo il centro del loro programma. Questo non vuol dire che chiunque possa diventare giornalista: basterebbe stabilire che chi vuol fare il giornalista deve essere laureato. Così avremmo indubbiamente un servizio d’informazione migliore e con lavoratori qualificati e professionalizzati. Studiando i criteri con cui vengono stipulate le convenzioni tra Odg e scuole, inoltre, ho notato che c’è una grande incoerenza: non vengono mai presi in considerazione i “dati di occupabilità”. Le scuole dovrebbero essere obbligate a pubblicare delle statistiche reali con le percentuali relative alla carriera dei propri alunni: se hanno trovato lavoro, dopo quanto tempo dall’esame, con che tipo di contratto sono stati assunti, e via dicendo. Tutto questo, ad oggi, non c’è e io credo che sia molto grave.

Per concludere vorrei dire che, anzitutto, è necessaria una riforma dei contratti di lavoro a livello nazionale, poiché è importante ricordare che anche il Contratto di Lavoro Giornalistico rientra in una legislazione nazionale più ampia. In secondo luogo, auspico una riforma dell’accesso alla professione: accorciare i tempi per il conseguimento del tesserino da pubblicista; possibilità di sostenere l’esame da professionista liberamente (ma con laurea) e, infine, abolizione delle scuole di giornalismo, strumento rivelatosi inutile e quantomeno dannoso (troppi soldi, troppi anni e pochissime possibilità di assunzione a tempo indeterminato). A tutto ciò dovrebbe aggiungersi un maggiore sviluppo delle nuove tecnologie e dei nuovi media, a discapito di quello che ormai è considerato “un mezzo tramontato”: la carta stampata.

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