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29 Giugno 2012

Cosa manca all’università italiana?

Spending rewiew: letteralmente revisione della spesa; in senso lato, tagli alle finanze pubbliche effettuati (si spera) in maniera oculata per evitare inefficienze. ‘Vittima’ in prima linea di tagli drastici e molto discussi, in Italia, è il settore dell’istruzione pubblica.

Il settore universitario italiano comprende 67 università pubbliche e 28 non statali (di cui ben 11 telematiche), in totale 95 istituti che formano il composto eterogeneo che è il motore dell’economia statale e la ‘macchina’ abilitata a produrre la classe dirigente.

Il fatto che anche l’università italiana sia soggetta a tagli nei finanziamenti lascia pensare che, nonostante l’esiguità dei fondi statali ad essa riservati, buona parte sia soggetto a sprechi. È proprio questo il presupposto di una ricerca effettuata di recente da Linkiesta, la quale cerca di indagare da dove deriva il deficit di meritocrazia nelle università italiane e se esso è correlato a una cattiva amministrazione dei fondi statali.

Secondo lo studio, stilato in base ai dati del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, il vero problema non è costituito dalla mancanza di fondi, ma dall’assenza di un reale meccanismo che favorisca la meritocrazia. Il vero problema appare quindi un cattivo uso dei finanziamenti e una distribuzione che tende«a uniformare e appiattire anziché premiare sul piano economico le eccellenze».

C’è un dato in particolare su cui la ricerca mette l’accento: l’indice di autonomia degli atenei italiani, cioè la quantità di risorse economiche che un’università riesce a procurarsi autonomamente. Questo dato, messo in relazione al tasso di dipendenza degli atenei dai finanziamenti statali, mostra come alcune università arrivino a una sproporzione tale da farle dipende quasi interamente dai fondi pubblici.

Nell’articolo su Linkiesta, che parla della ricerca in questione, gli ingenti fondi messi a disposizione dallo Stato Italiano vengono posti in relazione con le numerose classifiche degli atenei del mondo, stilate da testate e enti esteri. Viene inoltre sottolineato che, mentre in molte di queste classifiche le università italiane non sono proprio presenti, in quella del Qs World University Ranking il primo ateneo del nostro paese è l’Università di Bologna al 183° posto.

Nello studio, la cui versione estesa è scaricabile in pdf, dopo l’analisi dei dati, viene posta una domanda che suona un po’ come una pietra scagliata in favore di quegli atenei dotati di una maggiore autonomia dai fondi pubblici: «È ragionevole chiedersi se l’intero flusso di denaro proveniente dall’Erario a favore di atenei dotati di scarsa autonomia finanziaria sia davvero indispensabile per rispondere alle esigenze formative e di ricerca. E se non sia doverosa un’opera di radicale riduzione di finanziamenti pubblici così sproporzionati ai contributi e alle tasse versati dagli studenti».

Tra gli atenei lodati per la loro efficiente autonomia troviamo l’Università Tor Vergata di Roma, l’Università della Basilicata e l’Università di Foggia. Agli ultimi posti, invece, troviamo l’Ateneo di Messina, che dipende dai fondi statali per un valore di 7,5 volte superiore alla
propria autonomia finanziaria.

Ma è veramente adeguato considerare l’efficienza degli atenei italiani solo in rapporto a dati economici? L’università italiana, è risaputo, esporta cervelli in tutto il mondo e il livello di preparazione – soprattutto teorica – degli studenti è di gran lunga superiore a quello di molte università estere.

Mascherata dal termine ‘meritocrazia’, si fa strada, da qualche anno anche in Italia, la cultura della mercificazione del valore dell’istruzione. Il sapere considerato solo come fonte di rendimento economico: è questo il punto d’ancoraggio di una visione che considera l’università come un’azienda.

Questo modo di vedere condiziona anche il criteri di distribuzione di meriti e fondi da parte di uno Stato, come quello italiano, ridotto all’osso e con un’economia profondamente in crisi. La necessità che si fa avanti di fronte a queste problematiche è quella di definire criteri adeguati per distinguere tra lo spreco reale di fondi da parte di atenei improduttivi, non esclusivamente sotto il profilo economico, e gli investimenti da parte di atenei che producono risorse umane e sapere proporzionatamente ai fondi investiti.

Secondo Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia teoretica all’Università di Napoli Federico II e componente della Commissione Cultura della Camera dei deputati, i mali delle università italiane derivano da una «mescolanza di iper-normazione e sotto-finanziamento, che ferisce alla radice il principio di autonomia formativa», il filosofo, come riportato da Linkiesta, chiede di «depurare dal tessuto accademico le superfetazioni di sedi e corsi pubblici sorti senza mezzi adeguati, e le realtà private consentite senza un’autentica valutazione della loro qualità».

Sicuramente per fare ciò servono dei parametri per misurare l’efficienza scientifico-didattica dei vari atenei; ma è davvero possibile che la creazione di un tale criterio risulti così difficile, al punto che dopo continue riforme, dispoticamente imposte anno dopo anno da ogni governo, ci si ritrovi ancora a parlare di sprechi e enormi inefficienze del settore dell’Istruzione pubblica?

 

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