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14 giugno 2012

La poetica del fanciullino: il bimbo che c’è dentro ognuno di noi secondo Pascoli

Giovanni Pascoli e La poetica del fanciullino
Giovanni Pascoli e La poetica del fanciullino

Giovanni Pascoli e La poetica del fanciullino

Giovanni Pascoli e La poetica del fanciullino.

Per tutto l’Ottocento la cultura europea aveva coltivato un particolare culto per il mondo dell’infanzia, dapprima in un senso pedagogico e culturale più generico, poi, verso la fine del secolo, con un più accentuato intendimento psicologico.

I Romantici avevano paragonato, sulla scia di Vico e di Rousseau, l’infanzia allo sto primordiale di “natura” dell’umanità, inteso come una sorta di età dell’oro. Verso gli anni ’80 si cominciò invece ad analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia dell’infanzia, portando l’attenzione sul bambino come individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento.

Tutto questo ci riconduce alla teoria pascoliana della poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del “Fanciullino”.

Pascoli è sempre stato nella vita un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che la società che predominava in quel periodo fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò seppe conservare un senso profondo di umanità e fratellanza. Il punto di rottura avvenne con la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti. L’isolamento forzato lo costrinse a riflettere su di sé. Da qui cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli.

La poetica del fanciullino di Pascoli che vive in ognuno di noi: tra teoria e realtà

In ognuno di noi, come credeva Celes Telano, avendolo scoperto in sé, c’è un bimbo, con le sue paure, i suoi dolori, le sue gioie. Egli non cresce come noi. Quando siamo piccoli si confonde in noi, così i due fanciullini si scontrano; e quando cresciamo  non cresce con noi ma resta piccolo.

Mentre noi continuiamo a desiderare cose nuove lui invece continua a provare stupore per tutto. Egli vive in noi con semplicità e umiltà, ha paura del buio, sogna ad occhi aperti, ama la natura e gli animali. E’ quello che quando siamo presi dalla gioia sfrenata ci fa dire cose gravi, ci rende la felicità e l’infelicità sopportabili. Parla molto senza stancarsi. Senza di lui molte cose, dandole per scontate, non le vedremmo.

In questo senso Pascoli non introduce una vera e propria novità ma, con estrema sensibilità, seppe coglier un gusto diffuso e un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all’Italia mancava dall’epoca di Leopardi.

Il poeta deve guardare il mondo con gli occhi di un bambino, recuperando quello che di magico e meraviglioso c’è nella vita. Tornare bambino voleva dire essere spensierato, provare stupore per ogni novità, emozionarsi ancora. E a Pascoli questo mancava.

Pascoli dà una definizione assolutamente compiuta -almeno secondo il suo punto di vista- della poesia, vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell’uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall’infanzia propriamente intesa. Poesia quindi non come ragione o, peggio, come semplice logos, ma come possibilità di attribuire significati alle cose che ci circondano, viste da un punto di vista assolutamente soggettivo.

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