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29 luglio 2012

«Caro Presidente, fermi questo atto!»

Ricevuta e pubblicata senza una sola parola di accompagnamento da l’Espresso e da Il Sole 24 Ore, la lettera aperta di Alberto Abruzzese tocca nel profondo chi ha a cuore in futuro della cultura e della formazione delle future generazioni in Italia.

Indirizzata a un Presidente della Repubblica a cui in altri contesti si sarebbe rivolto con un “tu” amichevole, il professor Abruzzese scrive a Napolitano in maniera solenne, con un vocabolario che segna il distacco, che delimita il confine tra una conversazione confidenziale e un formale messaggio pubblico.

Salvare dal disastro ciò che resta dell’istruzione pubblica: è la richiesta che viene avanzata da mesi da ogni parte, dalle università, da docenti e studenti, dalle élites intellettuali del paese. Una richiesta che a quanto pare rimane inascoltata, visto come sta per essere spolpato ciò che rimane del settore dell’istruzione.

Le parole di Alberto Abruzzese sono chiare, precise, senza mezzi termini: «Il crimine viene compiuto da una macchina burocratica messa in moto dagli ultimi governi, nel culto di una meritocrazia senza traccia di contenuti, e con un enorme dispendio economico, davvero paradossale a fronte dei tagli imposti dallo Stato all’Istruzione. Questa macchina ammazza-università ha per braccio armato l’ANVUR (Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca): è stata istituita nel 2010 e il 2 Maggio 2011 si è insediata nel MIUR in Piazzale Kennedy, 20 a Roma ».

L’autore della lettera non è un docente qualunque, è un intellettuale che nella sua carriera accademica si è occupato soprattutto di sociologia dei processi culturali, con particolare attenzione alla comunicazione di massa, dedicando a questo tema numerosi libri e articoli scientifici. Come lui tanti altri accademici hanno tentato di fare ascoltare il grido di aiuto dell’intero settore culturale.

Una legge dettata come stato di necessità, cittadini che si piegano a tali decisioni e fazioni politiche interessate solo a risultati a breve termine: è questa la ricetta della riforma dell’istruzione, che sta avvelenando soprattutto il settore universitario e della ricerca.

Secondo Abruzzese, l’atto finale di questo processo di distruzione smantellerà il ramo delle scienze umane, storicamente pilastro portante e punto di partenza di ogni ricerca, produzione e divulgazione culturale.

Basta davvero poco a distruggere le discipline umanistiche: è sufficiente imporre finanziamenti alla ricerca in base al merito, basta creare degli appositi criteri per valutare tale merito, e bisogna inoltre che questi criteri siano quantitativi, per natura più adatti alle scienze pratiche.

Il risultato sarà di «avere decretato l’attivazione di gerarchie e classificazioni meritocratiche (già in via di abbandono in altri Paesi in quanto inutili e dannose), che in breve tempo – se disgraziatamente adottate – porteranno a sterilizzare il pensiero di matrice universitaria e a svuotare di senso le sue funzioni, i suoi docenti, i suoi prodotti culturali, le sue professioni».

È alla storia e al giudizio delle prossime generazioni che fa appello il professor Abruzzese nelle ultime righe a Napolitano, ma perché proprio al Presidente della Repubblica un tale appello? Forse non solo perché ha il potere di intervenire in una tale questione, se non per impedirne l’ultimo atto, almeno per metterlo in discussione.

Il motivo dell’appello, proprio rivolto a Giorgio Napolitano, potrebbe essere racchiuso proprio nel valore che uno statista del livello del nostro Presidente sa attribuire alla storia e alla consapevolezza che il suo nome e il ricordo del suo operato sarà indissolubilmente legato alle scelte istituzionali attuate in questi anni.

Un appello che cerca di coinvolgere il Capo dello Stato puntando, oltre che su motivi collettivi ormai più che risaputi, anche su una punta di amor proprio; davvero l’ultima spiaggia un settore dell’istruzione pubblica che non sa più a che santo votarsi.

Il testo completo della lettera è consultabile sul sito de l’Espresso

Fonte immagine: http://espresso.repubblica.it

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