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10 luglio 2012

Spending review: un attentato al diritto allo studio

Il termine spending review in inglese significa “revisione della spesa pubblica”, identifica un’azione il cui scopo consiste nel migliorare, rendere cioè più positiva, l’efficienza e l’efficacia della macchina statale nella gestione della spesa pubblica; un’accezione del tutto negativa sembra assumere il termine riferito al recente decreto legge del 6 luglio 2012, denominato in tal modo.

Infatti, l’articolo 5, comma 1, del D.P.R. 306 / 1997, recante un limite pari al 20% per la tassazione e la contribuzione studentesca, subisce una forte alterazione ad opera dell’art. 7, comma 42, del nuovo decreto legge, il quale praticamente cancella il “tetto” previsto per le tasse universitarie.

Il cambiamento, infatti, concerne il calcolo per la predetta soglia del 20% che per il conteggio fa riferimento ad una quantità più elevata di fondi: non è più da rapportarsi ai finanziamenti che ogni ateneo riceve dallo Stato mediante il fondo ordinario (FFO) bensì ai trasferimenti statali correnti, ovvero a tutto quello che agli atenei perviene dallo Stato.

Addirittura l’oltrepassare il predetto limite diventa un’eventualità pacificamente autorizzata nel caso in cui la destinazione del gettito aggiuntivo siano borse di studio in favore degli studenti, il che non ha nessuna concreta utilità se si pensa che molte sono le università che già sono solite erogarle.

Ecco che il diritto allo Studio si trova ad essere in serio pericolo: l’aumento delle tasse universitarie, che il Governo Monti con il decreto “spending review” mira a rivestire di un “velo di legittimazione”, non può configurarsi se non come una minaccia aggiuntiva per l’università pubblica, dove già 10% in meno sono il numero di studenti che quest’anno si sono immatricolati.

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