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3 agosto 2012

Fuoricorso in esubero? Parlano gli studenti

Fuori corso
Fuoricorso

Fuoricorso

Un’estate nera per gli atenei italiani. Dopo la stangata inflitta dall’ormai celeberrima spending review che ha visto un innalzamento all’ennesima potenza delle rette universitarie, le università italiane si ritrovano a fare i conti con un’altra batosta targata Sole24Ore.

Il giornale ha pubblicato nei giorni scorsi la classifica dei 10 atenei con più studenti fuoricorso:  un primato di cui non bisogna andarne fieri se pensiamo che la percentuale che separa la prima è l’ultima posizione è appena del 9,6%.

Al primo posto, infatti, troviamo il Politecnico di Torino con più della metà degli iscritti fuoricorso, esattamente il 51,4% mentre chiude la classifica l’Arcavarcata di Rende con il 41,8%.

Dati a dir poco allarmanti. Ma perché così tanti fuoricorso nei nostri atenei? Quali sono i problemi che portano milioni di studenti a non conseguire il titolo in tempo?

Per questo motivo abbiamo voluto raccogliere il parere degli studenti di questi atenei e capire insieme quali, secondo il loro punto di vista, siano le cause di queste percentuali così alte e i possibili rimedi per ovviare una volta per tutte a questo problema.

Il Politecnico di Torino è la prima università in classifica con il 51,4%  ed Elena è pronta a dire la sua: Penso che il problema fondamentale di Torino sia dovuto ai tagli, a parte le classiche lamentele dovute alle aule inadeguate ci sono stati tagli per quanto riguarda i corsi: lingue, ad esempio, ha dovuto tagliare sui corsi di lettorato di inglese, per i corsi di laurea specialistica e magistrale sono previste solo 2 ore a settimana e prepararsi all’esame relativo diventa difficile considerando che da come si può dedurre è uno degli esami più importanti”.

Anche se sul podio troviamo un’università del nord in classifica notiamo come ci siano ben 8 atenei del sud e notiamo come i problemi che causano quest’esubero di fuori corso siano molteplici.

Luana e Michela, infatti, non ci stanno a vedere la loro università, Foggia, al secondo posto con il 45,4%: “Penso che fondamentalmente il problema-base sia sempre lo stesso,ovvero la povertà culturale di questa città; –spiega Luana– purtroppo il problema va accentuandosi in quanto è l’Italia intera adesso a risentire della ”crisi” ma in realtà nel sud Italia non abbiamo mai trascorso picchi di benessere! Quanto all’università, bhè che dire, se prima c’era qualche ragazzo speranzoso nel proprio futuro e di conseguenza dedito allo studio per sperare in una carriera futura, adesso non c’è neanche più quello. Siamo tutti demotivati e ci accontentiamo dei lavoretti occasionali,magari a nero che non ci fanno sentire il peso di un disagio che spero di cuore finisca presto!
Ad aggravare la situazione ci si mette l’università con la sua ”mala organizzazione”: appelli che saltano, professori che non si presentano, ecc… sembra poco ma tutto questo -conclude- ritarda il normale decorso di uno studente e di conseguenza aumenta il numero dei fuoricorso. Ma alla fine diciamocelo: a loro fanno comodo un po’ di tasse da pagare in più”.

Credo che non si possa generalizzare per un discorso così ampio!-esclama Michela– Molti studenti sono quasi costretti a scegliere la strada dell’università per poter avere più chance nel mondo del lavoro e questo è uno dei primi errori; la mancanza di una motivazione giusta crea insoddisfazione e di conseguenza un rallentamento della carriera universitaria. Le università foggiane sono mal organizzate e la cosa più grave, a mio parere, è l’elevato costo delle tasse che dovrebbero garantire e offrire servizi migliori , invece gli studenti ottengono scarse informazioni da dipendenti pagati per quella mansione, date di appello cancellate o bloccate per mancanza di docenti e organizzazione pessima che porta gli studenti a scegliere un solo esame poiché tutti sistemati lo stesso giorno! credo che molti studenti siano rallentati anche dalla necessità di lavorare per sostenere le tasse universitarie. L’università va incontro agli studenti lavoratori,è vero, però sappiamo benissimo che non tutti possono dichiarare il loro lavoro, in quanto in nero; per questo motivo credo sia il caso di creare agevolazioni per studenti con reddito basso. Uno studente con reddito zero arriva a pagare quasi 800 euro di tasse universitarie, penso che ricevere dispense gratuitamente o sconti su fotocopie o libri sia il minimo. Inutile chiedere di abbassare le tasse perché è ormai un’utopia,ma spronare centinaia di ragazzi a credere in un futuro migliore non costa poi tanto!”

Invece Matteo ha deciso di optare per la diplomazia per spiegare il perché di 2 università campane, l’Università degli studi di Salerno e l’Università degli studi del Sannio, siano posizionati rispettivamente al terzo e al nono posto con il 43,4 e il 42%: Un dato che impressiona, per proporzione e storicità del problema, ma che non giunge proprio “inaspettato”. Chiaro spiegare numeri così vertiginosi non è semplice, ma di una cosa sono sicuro: diventare fuoricorso qui al sud è più facile che altrove. Per tante ragioni. Storiche innanzitutto, ma anche sociologiche e culturali.
I ritardi del sud sono tanti, basta guardarsi attorno. Qui è tutto più difficile. Anche studiare. Perché stringi stringi, studiare costa e qui di moneta ne circola col contagocce. Senza considerare che da noi lo studio è ancora l’unico modo per scampare a un destino altrimenti già scritto e che si chiama “disoccupazione”. Perciò non ci si deve meravigliare che in tanti guardino all’università come un salvacondotto per il futuro. I casi sono tanti: Problemi logistici (frequentissimi) che rallentano la frequenza, difficoltà di abbinare studio e lavoro (per chi deve fare da sè), atenei non sempre attrezzati, ecc ecc.  Soluzioni? Be’ tanto per cominciare non mi dispiacerebbe una comunicazione più consona, più riflessiva e meno sguaiata, frettolosa, maleducata. Soprattutto da parte dei politici. La superficialità di certi commenti è avvilente, oltre che inaccettabile. Il Paese avrebbe bisogno di meno battutacce e più fatti. Programmi più flessibili, a seconda delle criticità, forme di assistenza, di recupero. Ad esempio, che so, politiche di tutoraggio serie. Ovviamente questo significa investire denaro pubblico, cosa che fa drizzare i peli a Monti e co.
Risolvere il problema dei fuoricorso insomma è una faccenda intricata, piena di implicazioni proprio perché coinvolge un’infinità di aspetti: gli sportelli ad esempio sono pochini e spesso funzionano male o non funzionano affatto. Ecco, potenziare gli strumenti che ci sono e pubblicizzarli attraverso un linguaggio finalmente decente. I fuoricorso non sono sfigati da mettere in quarantena perché sennò rischiano di ammorbare tutto il paese. A volte c’è solo bisogno di ritrovare le giuste motivazioni, altre volte forse è il caso di ammettere l’errore e provare a ripartire senza per questo sentirsi dei falliti irrealizzati.
Il grosso, ribadisco, spetta però alla politica. Servono politiche giovanili serie, che permettano ad ognuno di trovare la propria strada senza doversi incamminare nei soliti vicoli ciechi. Non esiste alcun il bivio studio o lavoro, se entrambi non portano a niente.-conclude- Creare possibilità e restituire fiducia ai nostri giovani, specie a quelli in difficoltà, è questo il compito di un paese veramente civile
”.

La quinta posizione dell’Università degli Studi della Basilicata con il 42,8% secondo il pensiero di Veronica è frutto del fatto che molti si iscrivono all’università in attesa del posto fisso: “I fuoricorso -spiega- sono maggiormente quelli che trovano lavoro e si accontentano di quello, tralasciando gli studi. In effetti nell’ateneo lucano ci sono state pochissime iscrizioni alla specialistica, testimone del fatto che molti, ma non tutti, si sono iscritti alla triennale solo perché non avevano trovato lavoro, non perché  veramente motivati”.

Schietto il pensiero di Alessandra che ha le idee chiare sul perché l’Università degli Studi di Cagliari abbia conquistato il sesto posto con il 42,7% Io frequento l’Università di Lingue e Letterature Straniere di Cagliari, e nonostante immaginassi un’alta percentuale di studenti fuori corso nell’Ateneo di Cagliari (io sono una di questi e frequentando ancora abbastanza la mia facoltà e amici di varie facoltà del mio ateneo mi accorgo che sono in tanti nella mia stessa situazione), non mi aspettavo che fosse così alta! Non intendo giustificare questa condizione elencando le moltissime mancanze e i grossi problemi di organizzazione che caratterizzano l’Università di Cagliari ma non escludo che giochino un ruolo abbastanza importante nella riuscita di una buona carriera universitaria. Avere insegnanti che hanno superato largamente l’età pensionabile, con conseguente calo di stimoli per svolgere il loro lavoro, svogliati e che non riescono a infondere motivazioni negli studenti, non aiuta. Il forte menefreghismo di alcuni altri docenti, che non si preoccupano di avvisare se cambia l’aula per una lezione all’ultimo momento, che non si presentano all’orario di ricevimento senza avvisare, che non organizzano tutti gli appelli possibili per un esame a ciascuna sessione d’esame, non aiuta. La mancanza di un sistema che funzioni per meritocrazia invece che per conoscenze, non aiuta. La mancanza di un sistema di studio,come quello presente in altre nazioni europee, per il quale esistono dei termini da rispettare se non si vuole perdere tutto il lavoro fatto fino ad allora, non aiuta. Insomma, -conclude- oltre al principale motivo, che continuo a pensare sia la mancanza di impegno costante da parte degli studenti poco motivati, questi sono alcuni dei problemi che credo dovrebbero essere risolti al più presto per rimediare al problema dei fuoricorso”.

Anche Delia è pronta a dire la sua sulla settima posizione “conquistata” dall’Università degli Studi di Palermo con il 42,6%: “La percentuale, secondo me, è dovuta al fatto che una volta terminati gli studi – siano di carattere scientifico o umanistico – non c’è un reale riscontro lavorativo. Gli studenti spesso si impegnano in piccole attività parauniversitarie per iniziare un percorso esperienziale che poi possa corroborare le qualità derivanti dal titolo di studio in sé. Certamente –continua– con il nuovo ordinamento e con la riforma successiva – che prevede il biennio magistrale – gli studenti si trovano in sostanza a studiare le stesse discipline, senza approfondirle ma ripetendo dei programmi già affrontati. Per quanto riguarda gli studi umanistici e specializzati credo di poter dire inoltre che non esiste un sistema parallelo ai corsi che avvii gli studenti a una seria ricerca: le biblioteche, per quanto fornite, non sono aggiornate e con loro la didattica che in alcuni casi è ferma ai testi degli anni Ottanta e Novanta. Si crea un vuoto che uno studente del Sud Italia si trova a dover colmare dopo 5 anni di carriera accademica – questo per mettersi in carreggiata rispetto agli atenei europei. Naturalmente sto parlando degli aspetti più negativi – quelli positivi sono noti. L’università italiana, per certi versi, resta ancora una tra le migliori: la formazione universale e l’approfondimento dei fondamenti del sapere vengono affrontati molto meglio qui che altrove. Il problema fondamentale resta sempre quello: il lavoro. Non esistono sbocchi perché non esistono infrastrutture atte ad ospitare alcune specializzazioni. In merito alle soluzioni, invece, bisognerebbe investire sulla creazione di reti serie che lavorino con l’Europa e dunque creazione di reti e strutture atte allo scambio. Non è possibile fare altrimenti: l’economia interna non funziona”.

La Calabria è fanalino di coda e purtroppo anch’essa come la Campania ha due atenei in classifica: l’Università degli Studi Mediterranea e l’Arcavarcata di Rende con rispettivamente il  42,2 e il 41,8% ma sul perché di queste posizioni Danilo esprime il suo pensiero:“La non possibilità a volte di non poter frequentare i corsi ha inciso sul presentarsi all’esame, non sapendo il corso su cosa verteva principalmente trovandosi davanti interi libri da studiare; frequentare invece aiuta un buon 50 % prima di mettersi sui libri.
I fuori corso sono dovuti anche ai vecchi corsi ormai chiusi di 4 crediti, con lunghe bibliografie da studiare. Non aiuta di certo dare in tempo l’esame se non si frequentano i corsi.
Altri problemi sono dovuti agli scarsi collegamenti tra i paesi della Calabria e le due università. Non tutti risiedono vicino l’ateneo e la lontananza non aiuta gli studenti per due motivi: il primo non essere in sede per sostenere un esame, il secondo, risiedendo a casa con i genitori e non avendo un’altra casa da mantenere porta a una situazione di lascito, di comodo e pensare “Tanto poi me lo do””.

 

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