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22 agosto 2012

Il caso Assange: nessuno mi può giudicare

La controversa figura del fondatore di Wikileaks al centro di  delicate questioni internazionali

Ritrovarsi a 21 anni con ventiquattro capi di accusa per attività di hacking nei confronti di numerosi siti istituzionali tra cui l’Homeland Security Department statunitense non è sicuramente cosa da poco e, con un curriculum così “precoce”, le premesse per il futuro potrebbero essere notevoli.

Così fu nel 1992 per Julian Assange, oggi quarantenne, l’informatico e giornalista australiano che cinque anni fa diede vita ad un progetto destinato a cambiare l’idea dell’informazione come la conosciamo tutti, chiamato Wikileaks.

Il sito, creato con lo scopo di favorire la circolazione di notizie tecnicamente segrete, vede il lavoro di scienziati, giornalisti ed attivisti, e dal 2010 ha dovuto trasferire i propri server all’interno di un ex rifugio anti atomico in una località svedese, proteggendoli con sistemi di cifratura all’avanguardia. Nello stesso hanno scoppiò il “cablegate”, per i sostenitori dell’idea di Assange una autentica pietra miliare verso un’informazione senza filtri, per tutti gli altri una fuga di notizie incontrollata. Grazie ad un software di decriptazione notevolmente evoluto e difficile da scovare, gli attivisti di Wikileaks riuscirono, in sostanza, ad intercettare milioni di conversazioni “agli alti livelli” ad insaputa, ovviamente degli intercettati.

Il risultato fu la pubblicazione di quasi trecentomila documenti diplomatici e politici internazionali altamente top secret contenenti commenti e retroscena sulle questioni più spinose del pianeta, dall’Afghanistan alla crisi economica passando per le questioni interne alle ambasciate diplomatiche di mezzo mondo.

Risultato: nel dicembre 2010 Assange viene ricercato dall’Interpol su mandato delle autorità australiane che aprono immediatamente un’inchiesta. Nel giro di qualche tempo, piovono su di lui un mandato delle autorità svedesi per due – discussi – casi di stupro e molestie sessuali ed un’imputazione del Tribunale della California che ottiene l’oscuramento del sito. In quel momento Assange si presenta di sua sponte a Londra nella sede di Scotland Yard, dove viene arrestato in esecuzione del c.d. mandato di arresto europeo e subito posto agli arresti domiciliari (l’atto formale col quale l’Interpol riceve un mandato di cattura estero diretto ad un individuo presente all’interno della comunità europea).

All’inizio del 2011 la faccenda si complica: dalla Svezia parte una richiesta di estradizione,  che secondo molti sarebbe stata “mascherata” con la necessità di processare Assange per i presunti reati sessuali e che invece nasconderebbe un accordo tra governo svedese e governo statunitense per estradare oltre oceano l’australiano, nei confronti del quale sarebbe stata aperta una incriminazione per spionaggio, reato che prevede la pena di morte. Questo, senza considerare la campagna mediatica che dal mondo anglosassone era prontamente scattata contro la figura di Assange, e che ha visto uno dei suoi picchi nello spietato editoriale dell’Economist nel quale si sottolineava la sacrosanta reazione degli USA contro i “giacobini digitali” di Wikileaks.

Malgrado l’appello di molte personalità australiane la richiesta di estradizione viene accolta dalla Gran Bretagna ed anche i ricorsi proposti dai legali di Assange rigettati (tra i legali di Assange c’è l’ex magistrato spagnolo Baltasar Garzon). L’australiano decide di rifugiarsi, così, nella sede dell’ambasciata dell’Ecuador di Londra, e proprio il governo ecuadoregno, pochi giorni fa, ha deciso di concedergli lo status di rifugiato politico.

La decisione del governo sudamericano parrebbe dovuta all’interesse di quel Paese acché Assange faccia emergere presunte attività illegali degli USA in quel territorio, attività che Assange si è detto pronto a documentare.

Il punto, ad oggi, è che il Regno Unito intende estradare lo scomodo “ospite”, e la tensione è salita in occasione della conferenza stampa pubblica tenuta da Assange una paio di giorni fa sul balcone dell’ambasciata nella quale si trova, per spiegare al mondo le sue ragioni, tacciando gli Stati Uniti di persecuzione nei suoi confronti e invitandoli a smettere la loro “caccia alle streghe” (video).

La situazione, al momento, è delicata: un eventuale blitz della polizia britannica per arrestare Assange contravverrebbe in modo palese alle norme sull’inviolabilità delle sedi diplomatiche estere, con i potenziali problemi di rapporti tra i Paesi coinvolti, mentre, dall’altro lato, lo stesso Assange pare trovarsi in un cul de sac nel quale risulta non poco complicato raggiungere l’Ecuador.

Per questo motivo pare che nelle ultime ore il fondatore di WikiLeaks stia trattando una soluzione condivisa con le autorità di Londra, che continua a negargli qualunque salvacondotto per lasciare Londra in direzione di Quito. Assange vorrebbe pattuire nel senso di acconsentire all’estradizione in Svezia per farsi processare purché il governo di Stoccolma non permetta la successiva consegna del “prigioniero” a Washington, che dal canto suo nega ogni volontà di estradizione e definisce le affermazioni di Assange sulla persecuzione “folli”.

Certo, gli interessi in ballo sono enormi, e a dirla tutta “scottano”: i documenti diffusi tramite WikiLeaks toccano segreti piuttosto fastidiosi, dai vertici della CIA ai trattamenti illegali applicati a Guantanamo, e per questa ragione i legali di Assange rimangono convinti che alla fine gli USA la spunteranno.

A quel punto, però, dovranno vedersela con la rete, che da sempre mostra il proprio sostegno all’australiano di WikiLeaks, in nome del diritto a conoscere ogni aspetto delle questioni di interesse mondiale a qualunque condizione e prezzo e che in queste ore ha lanciato la campagna “Free Assange”, alla quale si è accompagnato da un lato l’attacco del collettivo internazionale di hacktivists Anonymous al sito del Ministero della Giustizia britannico e, dall’altro, l’appello dei registi Oliver Stone e Michael Moore affinché Assange venga rilasciato.

Assange, nel frattempo, durante la permanenza forzata nella capitale inglese, ha continuato la propria battaglia e ha voluto “ringraziare” a modo suo chi da sempre lo incoraggia a proseguire, attraverso la messa in onda della trasmissione World Tomorrow, nella quale, invitando ospiti come il leader di Hezbollah, ha continuato a riflettere sui temi più problematici del nostro tempo, alimentando ulteriormente le discussioni al centro delle quali ormai è abituato ad essere.

fonte foto: www.flaglerlive.com

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