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15 agosto 2012

New York Times: «l’Italia semplifichi il sistema universitario»

Che il sistema burocratico italiano fosse pesante, lento e a tratti anche kafkiano non è una novità per chi abita la penisola, ma anche all’estero l’inefficienza del nostro sistema non viene ignorata, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione e il lavoro, settori che necessitano sempre più di scambi culturali e libertà di movimento tra gli stati.

Un ampio articolo dell’edizione globale del New York Times ammonisce l’Italia: il nostro sistema universitario ha una burocrazia incapace di accogliere a lungo termine gli studenti stranieri. In effetti la capacità dell’università italiana di costruire un circuito di scambio internazionale, efficiente e leggero si limita agli scambi per brevi periodi, come ad esempio per i programmi Erasmus e Overseas.

Gli stranieri riescono con molta facilità a seguire semestri interi di lezioni in Italia, ma il radicamento e proseguimento di una carriera nel nostro paese è perseguito solo da una piccola percentuale di ricercatori e docenti stranieri. Queste sparute esperienze risentono del peso della burocrazia e di un sistema disegnato ancora dalla prospettiva degli insider, che tende a favorire chi si è già formato dentro l’università italiana.

Un caso esemplare però di successo su questo fronte esiste e si trova in Toscana, si tratta per la precisione dell’IMT di Lucca. L’Istituto Universitario Statale a ordinamento speciale, citato dall’articolo del New York Times, si struttura come Alta Scuola Dottorale e Istituto di Tecnologia, e circa la metà degli allievi e ricercatori proviene dall’estero.

A cominciare dal nuovo direttore, Alberto Bemporad, quasi tutti i docenti dell’IMT hanno curricula di alta qualità con numerose e importanti esperienze all’estero. «Siamo in grado di proteggere i nostri ricercatori a tempo determinato dalla foresta di normative italiana, rendendo le procedure di assunzione culturalmente accessibili agli stranieri», spiega Fabio Pammolli (in foto), direttore dell’istituto nei suoi primi anni di vita, come riportato da affaritaliani.libero.it.

«Riusciamo a selezionare assistant professors in quattro mesi e a essere competitivi su scala internazionale. Poi, però, incertezze su finanziamenti e su procedure rendono complesso il dare prospettive chiare di carriera ai giovani più bravi o la competizione a livello internazionale per reclutare professori senior in un lasso di tempo ragionevole», continua Pammoli.

Anche il nuovo direttore, Alberto Bemporad, è della stessa opinione del suo predecessore e nutre la speranza che questa nuova sensibilità, che sta maturando all’interno di alcuni istituti, si diffonda presto a livello nazionale: «Stiamo cercando di innovare aprendo l’università e la mobilità dei ricercatori, un obiettivo importante per la crescita e rilevante per il Paese nel suo complesso».

Fabio Pammoli è ben cosciente del ruolo che ha l’IMT all’interno del panorama nazionale, soprattutto in un periodo di profonda crisi, come quello che stiamo attraversando, e relativamente alla fase delicata di cambiamenti che sta coinvolgendo l’università italiana: «In fondo – sostiene Pammolli – IMT è come il canarino nella miniera: se manca l’aria al canarino, prima o poi sarà il turno di tutti i minatori».

Fin’ora l’istituto toscano è l’unico in Italia che riesce a tener testa al panorama internazionale, come dimostrano numerose testimonianze di chi è arrivato in Italia per studiare all’IMT e non ne è rimasto deluso, anzi, ha deciso di proseguire qui la sua strada accademica.

Sotirios A. Tsaftaris, 34 anni e originario della Grecia, è uno di questi: nel 2011 decide di lasciare la Northwestern University, vicino a Chicago per diventare un professore associato nella città Toscana, la scelta è stata maturata tra i dubbi dei suoi colleghi che non ritenevano l’istututo della piccola cittadina medievale un buon approdo per un docente del suo livello.

«Ho deciso di venire all’IMT perché è un ambiente altamente interdisciplinare», spiega il giovane Tsaftaris, come riferito su www.nytimes.com, «Lavoriamo in unità di ricerca che sono complementari, penso che ciò sia fondamentale per mantenere una aperta la mentalità di uno scienziato».

Fonte foto: http://www.nytimes.com

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