• Google+
  • Commenta
2 settembre 2012

Blue Economy e Green Economy 2.0

Visto dallo spazio, il nostro Pianeta risulta edulcorato da evidenti sfumature blu. Gli oceani e l’atmosfera, illuminati dai radiosi raggi del sole, proiettano una luce, eterea, celeste, a tratti cerulea, contornata e rivestita da lievi tonalità di bianco. Il cielo è azzurro e la natura, invece, è verde, come la speranza. Il verde, dunque, agli occhi di un astronauta rappresenta un enigma da svelare, un ricordo, un’illusione ottica da reperire nel sublime contrasto tra infinito e finito. Agli occhi di un osservatore terrestre, invece, il nostro pianeta appare caratterizzato da un leitmotiv dalle tonalità sempreverdi. Quindi, verde è il colore di arbusti, prati, boschi, montagne e sterpaglie. Blu, invece, è il colore che simboleggia la Terra vista dall’alto, nei meandri infiniti della volta spaziale.

Tuttavia, le virtù ed i pregi di questi due simbolici colori tracimano al di là dei meri problemi estetici, rasentando aspetti scientifici ben più rilevanti : La Green e la Blue Economy. In quest’articolo tenteremo di esplicare, in modo sintetico, il legame che unisce queste due edulcoranti filosofie di pensiero.

La Green Economy, o rivoluzione verde, è in atto da qualche anno. Trae origine da un sentimento di ribellione. Il declino dell’umanità e la crisi della civiltà terrestre hanno contribuito, seppur in modo non del tutto eguale, ad erigere templi e cattedrali in onore del consumo e della produzione sregolata, concitando effetti molto deleteri per il Pianeta. Così, giunta ormai sul viale del tramonto, una parte d’umanità ha deciso di porre fine all’inesorabile verve autodistruttiva, sovvertendone il nefasto ordine precostituito. La filosofia di pensiero che alberga in seno alla Green Economy è semplice ed efficace: l’economia terrestre deve essere una conseguenza della tutela ambientale e dello sviluppo sostenibile; la natura, quindi, come nelle Bucoliche di Virgilio, deve rivestire un ruolo da protagonista.

La rivoluzione verde, parte intrinseca della Green Economy, indica la fase di sviluppo delle pratiche agronomiche iniziata a partire dal 1940 negli Usa. Nuove tipologie di piante molto produttive e nuove tecnologie agricole protesero a scalfire le problematiche della carestia e della malnutrizione nei Paesi del Terzo Mondo. Tra il 1950 e il 1981 si registrò un aumento delle coltivazioni di cereali pari al 25%. L’incremento era stato concitato sia alle piccole dimensioni dei nuovi vegetali che al celere ciclo biologico. Dal 1981, però, si registrarono alcune problematiche quali diminuzione della biodiversità ed estinzione di alcune specie. Sul finire degli anni ’90 diverse multinazionali del settore agro-alimentare hanno finanziato la ricerca e la sperimentazione di varietà di vegetali geneticamente modificate, avulse da malattie ed idonee a produrre sostanze utili per l’uomo. Diverse correnti di pensiero del mondo scientifico sostengono l’impiego degli Ogm (organismi geneticamente modificati). Ma il loro concreto impiego risulta, ancora oggi, fulcro di veementi diatribe bioetiche. Al di là di tutto, l’ingegneria genetica applicata agli alimenti, emblema della rivoluzione verde, se da un lato produce alterchi e fronti dissenzienti, dall’altro promette grandi potenzialità.

La Blue Economy, invece, è nata dalle ceneri e dagli insuccessi concitati da una visione globale dell’ecologia, durata circa 30 anni, e divenuta ora desueta ed inefficace, ora improba ed abominevole. In questa rubrica, abbiamo già avuto modo di descrivere ed aborrire gli sfarzi della nostra società post-moderna. Abbiamo condannato gli sprechi, la produzione sregolata, la logica dell’io consumo, l’inquinamento terrestre ed elogiato, invece, lo sviluppo sostenibile, il progresso prudente e sensato, l’evoluzione armoniosa e sublime, quindi la natura, nel bene e nel male. La Blue Economy, per certi versi, fa da cartina al tornasole della filosofia di pensiero che, ha animato, fin qui, questa rubrica : la necessità di abbracciare, comprendere ed applicare la logica dello sviluppo sostenibile.

Come detto, la B. E. trae origine come risposta alla crisi economica ed ecologica che da diverso tempo obnubilano l’ecumene terrestre. L’idealtipo proiettato dalla G. E. ha dominato per molti anni. Gli elogi delle energie verdi e dei prodotti ecologici, in tempi di crisi, sono diventati a dir poco insostenibile.

Recenti stime, dimostrano quanto siano lauti gli insuccessi dei fautori dell’economia green: in circa 30 anni di campagne di sensibilizzazione globali, è stato coinvolto non più dell’1% dei consumatori e appena l’1% di energia.

Dopo aver preso coscienza di questo triste risultato, molti scienziati, nel tentativo di intraprendere nuove e proficue avventure ecologiche, hanno deciso di rimboccarsi le maniche dando vita alla Green Economy 2.0, in altre parole alla Blue Economy.

La filosofia di pensiero che anima la G.E.2.0, trae origine dall’osmosi tra innovazioni economiche e naturali. Secondo Gunter Pauli, imprenditore ed economista, autore del libro Blue Economy, “la Green Economy è il risultato del duro lavoro, delle strategie e dei sogni di molti di noi. A 30 anni di distanza dobbiamo però renderci conto che, nonostante si siano compiuti considerevoli passi avanti, siamo ancora lontani dall’averla realizzata. Poi è giunta la crisi. I consumatori ne hanno risentito; si sono tagliati posti di lavoro e pensioni. La domanda da porsi è, in una crisi come quella che stiamo attraversando, come possiamo permetterci di sovvenzionare le energie verdi e credere che sempre più persone possano permettersi di pagare di più per prodotti ecologici?”

Nellintervista concessa alla giornalista Paola Fraschini , il fondatore di Zeri, la più importante rete internazionale di scienziati, studiosi ed economisti filo-ambientalisti, evoca a chiare lettere una riforma ecologica che sia in grado d’epurarela Terra dalle infezioni e dalle inezie esagitate dal genere umano, attraverso il concreto impiego delle tecnologie ispirate al funzionamento della natura che opera grazie alle strategie della biomimesi.

Gunter Pauli, sostiene che: “la B. E., a differenza della Green non chiede alle aziende di investire di più per salvare l’ambiente. Ma con minore impiego di capitali è in grado di creare maggiori flussi di reddito  e di costruire al tempo stesso capitale sociale. Coltivare funghi sui fondi del caffè, usare un cellulare senza batteria che sfrutta il calore prodotto dal corpo e le vibrazioni della voce umana, o, ancora, imitare i sistemi di raccolta dell’acqua di un coleottero per ridurre il riscaldamento globale, sostituire le lame in metallo dei rasoi usa e getta con fili di seta. Fantascienza? No, realtà. In natura non esistono disoccupati e neppure rifiuti. Ogni elemento svolge un compito ben preciso e gli scarti degli uni diventano materia prima per altri, in un sistema a cascata in cui niente viene sprecato”.

Fonte Foto : www.nature.it

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy