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29 settembre 2012

Il mito Bond, da Licenza di uccidere a Skyfall

Manca poco più di un mese all’uscita del nuovo film con protagonista l’agente segreto più famoso di tutti i tempi: l’inglese James Bond.

Sono passati ben cinquant’anni dall’uscita della prima pellicola: Agente 007, licenza di uccidere. Tuttavia Bond sembra non accusare la fatica di tanti decenni passati a viaggiare in giro per il mondo, sgominando pericolose organizzazioni criminali che minacciano la sicurezza del suo glorioso paese e, di rimando, anche del resto del mondo.

All’epoca a vestire i panni della spia era uno smaliziato Sean Connery, attore scozzese figlio di un camionista e di una cameriera, che fino a quel momento era conosciuto per essersi classificato al terzo posto nel concorso di Mister Universe e con un passato da sottoufficiale della Marina Militare Britannica, con tanto di souvenir di tatuaggi sul braccio.

La coraggiosa scelta da parte degli storici produttori Broccoli e Saltzman si rivelò, come tutti sappiamo, esatta (sebbene sembra che il più rassicurante Cary Grant avesse numerose chances di interpretare il ruolo) visto che, in tutto il mondo, la più riuscita incarnazione cinematografica di Bond viene considerata, appunto, quella di Connery.

Tuttavia rispetto al Bond creato dallo scrittore Ian Fleming, Connery è più alto (di quattro centimetri), più dotato di spirito (nei limiti del composto british sense of humor) ed incapace di prendersi mai davvero sul serio.

Piccola curiosità: nel film Lost in Traslation (2003) diretto dalla figlia d’arte Sofia Coppola, al protagonista Bill Murray in smoking, durante un servizio fotografico in Giappone, viene chiesto di “assomigliare” al Bond interpretato da Roger Moore, preferito a Connery dai giapponesi, ma Murray si rifiuta perché, a suo dire, l’unico vero Bond è Sean Connery.

Ma torniamo ad Agente 007, licenza di uccidere.

Già da questo primo film possiamo apprezzare alcuni dei leit motiv che hanno reso la saga Bond il fenomeno mediatico che è ancora oggi.

In primo luogo la didascalica distinzione tra Bene e Male. L’antagonista è il Dr. No, folle genio del male che dalla sua isoletta riesce a deviare missili e navicelle spaziali.

L’ambientazione esotica, Giamaica in questo caso.

La sensuale presenza femminile, Ursula Andress, che pesca con l’ormai celebre bikini bianco.

Infine i suggestivi titoli di testa creati da Maurice Binder.

Per la prima volta viene recitata la storica battuta: My name is Bond, James Bond, al tavolo da gioco del casinò.

Il resto è storia, una storia composta da altri ventuno film, compreso l’ultimo in uscita, dove la tradizione e l’innovazione hanno saputo convivere creando suspence, divertendo ed appassionando il pubblico.

Ad onor del vero, se con Dye another day, ultimo film con Pierce Brosnam del 2002, sembrava che il fenomeno Bond stesse mostrando gravi segni di cedimento. La rinnovata energia portata dal nuovo corso inaugurato da Casino Royale (2006) ha saputo dare linfa vitale a tutto il reparto filmico, adattando, smussando e lavorando di fino, consegnandoci un prodotto coraggioso ed ambizioso, ad alto tasso spettacolare (talvolta eccessivo), ma, soprattutto, nuovo.

I fan inglesi mostrano di apprezzare molto, visto che anche nella giornata celebrativa che ha aperto i Giochi Olimpici di Londra 2012, Daniel Craig (ultimo Bond del grande schermo) si incaricava di scortare personalmente l’anziana regina Elisabetta allo stadio, con tanto di lancio dall’ elicottero con paracadute!

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