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17 ottobre 2012

Orti sinergici al Carcere di Nisida: intervista a Marco Amalfi

In una società sempre più omologata e stereotipata, emergono fortunatamente delle realtà “altre” che scuotono la monotonia del vivere sistematico che ci è stato imposto.

Napoli, chiaramente, non fa parte di questa modernità ostentata e monocromatica e, accanto ai classici eventi di vita cittadina, c’è chi si distacca dall’unico punto di vista da cui siamo abituati ad osservare il mondo, e suggerisce eventi che vadano ad analizzare altri aspetti della nostra cultura.

È proprio in questo momento della storia che città particolari come la nostra hanno bisogno di personalità propositive.

A questo proposito incontriamo Marco Amalfi, organizzatore e curatore di “Bio-Fattoria e Sinergie a Nisida”, nonché studente dell’ “Università di Napoli L’Orientale” nella quale organizza anche un seminario (per maggiori informazioni, visitare il sito: seminariomesogaia.blogspot.it).

Come è nata quest’esperienza così originale?

«Tutto è nato a Scampia dove lavoravo in una scuola di frontiera, la Virgilio 4, organizzando orti sinergici a contatto con minori a rischio. Agli stessi organizzatori dichiarai il mio interesse per la creazione di laboratori presso il Carcere minorile di Nisida e una persona in particolare, il presidente dell’Associazione Culturale “Napolinternos”, decise di finanziare questo progetto che è finalmente diventato realtà.»

Di cosa ti occupi nello specifico a Nisida?

«Creiamo degli orti sinergici direttamente sul terreno ed altri in cassetta per orti verticali. Lavoro con quattro ragazzi che hanno da subito dimostrato una grande manualità e un’affascinante velocità d’apprendimento. Il giardino è davvero irriconoscibile e quando mi è capitato di lasciargli dei compiti che avrebbero dovuto eseguire da soli, al mio controllo non ho potuto far altro che constatare l’estrema precisione con la quale li avevano eseguiti.»

Qual è il tuo scopo?

«L’idea è di offrire un’alternativa: ottenere il cibo pur non avendo i soldi per comprarlo. Lavorare al Carcere è un’attività che rientra significativamente nella sfera del postcolonialismo e, soprattutto, del colonialismo perché c’è una metà della città che vive sulle spalle dell’altra metà di cui non si occupa affatto. In questo senso, l’orto sinergico è un’ottima alternativa.»

Cosa sono gli “orti sinergici”?

«L’orto sinergico è un tipo di coltivazione che rende “autofertile” il suolo. Praticamente, si restituisce al terreno più di quanto gli sia stato prelevato grazie alla sinergia che si crea tra le piante e il suolo: mentre il terreno fa crescere le piante, le piante alimentano il terreno. Oggi il mio lavoro consiste, appunto, nella creazione di orti sinergici a domicilio – che possono essere fatti, per esempio, anche sul balcone – e nell’essere un “coach della transizione”.»

Cosa intendi quando ti definisci “coach della transizione”?

«Il periodo che stiamo vivendo è un periodo di transizione, di cambiamento. C’è chi la chiama crisi, io la chiamo decrescita. Non credo sia un passaggio momentaneo, piuttosto una trasformazione verso un altro tipo di vita. La transizione è in corso. Io, quindi, mi occupo di insegnare a gestire questo processo di decrescita per trasformare la crisi in risorsa. Anche a questo proposito si fanno dei laboratori, come quello di Nisida, in cui provo a far integrare i giovani carcerati in un futuro mondo del lavoro.»

Ma quello degli orti sinergici non è un mercato del lavoro ben affermato.

«Il lavoro non c’è per i laureati, figuriamoci per dei ragazzi che saranno inevitabilmente vittima di pregiudizi. L’orto sinergico, ora come ora, non è una sicurezza di lavoro ma un’alternativa. Le generazioni passate riuscirono a vivere solo di questo, dei propri prodotti e dei propri orti. Io insegno a fare questo: riuscire a campare autonomamente. Questo non significa tornare al passato, ma offrire un’altra possibilità di presente e, quindi, di futuro.»

 

La riflessione che emerge da quest’incontro mira a scuotere i nostri preconcetti, che spesso sorgono da ciò che udiamo, piuttosto che provenire da ragionamenti autonomi. Ciò che Marco Amalfi ci dimostra è che Napoli e la sua cultura possono suggerire ai propri cittadini una strada che non appartiene ad uno stile di vita imposto, bensì insito nell’identità di una città dalla storia millenaria e, anche per questo, multietnica e multiculturale.

Per qualsiasi informazione e approfondimento è possibile fare riferimento al link sopracitato.

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