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9 novembre 2012

Aids e Malattie Infettive tra le prime cause di Morte: il parere della professoressa Cusi

La scienza del XXI sec sta trasformando il mondo in modo repentino. L’efficienza del progresso scientifico, oggigiorno, rasenta svariati settori, il più importante dei quali è, senza ombra di dubbio, quello sanitario: uno dei pochi in grado di tutelare la sopravvivenza della specie umana.

Al di là dell’efficiente verve del progresso scientifico, però, vi sono alcuni fattori antropologici che tardano a lenire. Fattori che sembrano essere agnostici al progresso e profondamente deleteri per l’evoluzione umana.

L’umanità, infatti, edulcorata, rinnovata e plasmata dagli afflati del modernismo scientifico, non sembra del tutto capace di abbandonare e sconfiggere il più ascoso ed ancestrale dei suoi timori: la paura di morire.

Sembra strano, ma è così. L’uomo moderno, divenuto ormai persino semi-bionico, non appare in grado di emanciparsi dal timore di dover dire addio, prima o poi, alla sua cara esistenza per passare a miglior vita.

Al di là del transumanesimo d’impronta nietzschiana, degli arti meccanici e dell’occhio bionico, in realtà, ad abradere lo zelo dell’uomo è sempre e solo lei: la zelante incognita della morte, la cui eradicazione, a dire il vero,  rappresenterebbe un trionfo ben più importante e significativo di una bandiera piantata sul suolo marziano. Ad ogni modo, sembrerà bizzarro ma il quadro sulle condizioni di salute della popolazione italiana si fonda proprio sui dati di mortalità.

A rivelarlo è un’indagine del 2011 condotta dallIstat. Gli altri fattori idonei ad indicare le condizioni di salute degli abitanti del Bel Paese sono le diagnosi di dimissione ospedaliera, i dati concernenti le malattie infettive e gli aborti.

Le Principali Cause di Morte nel Mondo– Un recente studio internazionale ha reso noti i dati relativi alle principali cause di morte nel mondo. Si tratta di una ricerca, tra l’altro condivisa dalle principali agenzie sanitarie italiane, che ha la peculiarità ed il merito di evidenziare le maggiori cause di decessi nei cinque continenti della Terra. Il leitmotiv dello studio è del tutto lapalissiano: quando si parla di morte, le differenze geografiche, culturali, sociali ed economiche contano poco e svaniscono nel nulla; perché, in fin dei conti, tutto il mondo è paese; perché, in realtà, se c’è una cosa in grado di paragonare un pigmeo a un newyorkese è proprio la paura di morire.

Al primo posto, tra le principali cause di morte nel mondo ci sono le malattie cardiovascolari, le cui cause, sostengono gli esperti, sono da addebitare ai fattori ereditari ed agli stili di vita errati. Al secondo posto ci sono i tumori. Da non sottovalutare sono anche le malattie cerebrovascolari. Il quarto posto, invece, è occupato dalle malattie croniche dell’apparato respiratorio, quali enfisema e bronco pneumopatia cronica ostruttiva. Poi ci sono gli incidenti, le malattie degenerative, il diabete, l’influenza e le malattie renali. Ad occupare l’ultimo posto, infine, ci sono le malattie infettive, nemici che non devono mai essere sottovalutati.

Le infezioni, infatti, causano ancora numerosi decessi nel mondo e non rappresentano per nulla un problema minore. L’eziologia delle malattie infettive affonda le proprie radici in alcuni elementi peculiari. Si pensi ai batteri, virus, prioni, funghi e parassiti. Ciascuno di tali agenti causali gode di proprie caratteristiche. Ad esempio, se i batteri sono organismi monocellulari muniti di sistemi enzimatici e, pertanto, capaci di vivere in maniera del tutto autonoma, i virus, al contrario, per replicarsi e sopravvivere necessitano di apposite cellule di cui impossessarsi. Sebbene il progresso scientifico abbia fatto passi da gigante, i farmaci esistenti non offrono grandi aiuti per l’eradicazione dei virus e, pertanto, oggi la migliore arma di difesa continua ad essere l’immunità dell’organismo.

Ad ogni modo esistono strutture sanitarie adeguate ad ogni occorrenza, il cui scopo è quello di offrire assistenza medica alle persone affette da malattie contagiose. Tanto per essere precisi, in Italia esistono circa 1.273 istituti di cura, di cui il 55,6% sono pubblici. La sorveglianza delle malattie infettive è affidata al SIMI, organo dell’istituto superiore di sanità, ed è incentrata sulle segnalazioni dei medici: fondamentali perché capaci di rendere edotti gli operatori di sanità pubblica sulle varie infezioni registrate. Il decreto ministeriale 29 luglio 1998, infatti, obbliga i medici, generici e ospedalieri, ad informare tempestivamente la Asl competente circa i casi di infezioni, reali o sospette, riscontrate nell’esercizio delle loro professioni. La forma di prevenzione più efficace e funzionale è rappresentata, con certezza, dai vaccini. Ma gli esperti del settore sanitario invitano a non dimenticare l’importanza delle norme igieniche. Le mani pulite, infatti, rappresentano un’arma a dir poco emblematica per la lotta alle infezioni. Recenti stime, infatti, rivelano che circa 2 milioni di bambini ogni anno potrebbero essere salvati da un destino infausto se solo si adottassero misure igieniche adeguate.

Al fin di comprendere al meglio il problema relativo alle malattie infettive, abbiamo deciso di porre alcune domande alla Professoressa Maria Grazia Cusi, docente di Microbiologia e Virologia presso lUniversità degli Studi di Siena.

Il Parere dell’Esperto- Secondo recenti studi, le principali cause di morte nel mondo sono: malattie cardiovascolari,  cerebrovascolari, dell’apparato respiratorio, degenerative, renali e metaboliche, diabete, tumori, incidenti, influenza, infezioni e Aids. Dunque, le infezioni da HIV continuano ad essere nemici da non sottovalutare. Secondo Lei, gli italiani sono davvero consapevoli della gravità dell’Aids? I giovani godono di sufficienti informazioni?

«L’educazione dei giovani a tal riguardo è di fondamentale importanza. In questi ultimi anni non sembra aumentato il numero di soggetti infettati da HIV, indicando che una campagna di prevenzione è in atto e, in parte, funziona. Tuttavia, è in aumento il numero di casi infettati in seguito a rapporti etero e omosessuali in soggetti oltre i 30 anni. Questo fa supporre che i giovani siano più sensibili ad un tipo di informazione piuttosto che gli over-30. Gli italiani sono consapevoli della gravità dell’Aids, tuttavia è di fondamentale importanza tenere in atto un sistema adeguato d’informazione (scuole, giornali, TV, ecc) per sensibilizzare la popolazione su questo tema. Peraltro, noi ci stiamo focalizzando su HIV, ma ci sono altre infezioni gravi, come alcune epatiti virali, che non andrebbero sottovalutate e che hanno modalità di trasmissione simile a quelle  dell’HIV».

Professoressa Cusi, potrebbe parlarci degli studi condotti sul Virus Toscana?

«Il virus Toscana causa meningite o encefalite nei soggetti che sono punti da flebotomi, vettori di questo virus. Per questo motivo il virus circola solo nei mesi caldi. Questo virus è così chiamato perché è stato isolato per la prima volta in Toscana, ma circola in tutto il bacino mediterraneo. Dopo aver identificato le proteine viali che potrebbero essere utilizzate, eventualmente, per un vaccino a scopo preventivo, sto cercando di capire come funziona la risposta immune in seguito ad infezione da virus Toscana. Questo potrebbe essere utile per capire perché alcuni soggetti infettati si ammalano con meningite ed altri, pur infettati, non sviluppano malattia; si cerca, insomma, di capire i meccanismi patogenetici di questa infezione virale. Questo problema, tra l’altro, è comune anche ad altri virus».

Che cosa ne pensa del sistema universitario italiano?

«Domanda molto complessa che meriterebbe più di una breve risposta. Se parliamo di università come organo d’istruzione, cultura e preparazione dei giovani, credo che l’università italiana non abbia niente da invidiare ad altre università straniere. Semmai, l’esperienza di questi ultimi anni mi ha convinto che molti corsi triennali andrebbero aboliti e sostituiti con i vecchi corsi di laurea a 4-5 anni. Se, invece, consideriamo il sistema universitario, sulla base delle ultime riforme, credo che sia stato cambiato troppo, in breve tempo, su temi come l’autonomia, la scomparsa delle facoltà e la costituzione di mega-dipartimenti, nonché reclutamento di personale. Talvolta, noi italiani vogliamo imitare troppo gli anglosassoni anche in campi, quali l’istruzione e l’università, in cui abbiamo dimostrato di valere molto!».

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