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30 novembre 2012

L’ingegneria a servizio della poesia e viceversa: lo “spazio vivibile” di Nicola Mazzeo

Perché intorno a noi non c’è solo cemento, ma ben altro. La IV e la V dimensione secondo Nicola Mazzeo.

Quanto la nostra vita può dirsi oggigiorno “poetica”? Quanta armonia, colore, musicalità c’è nel nostro vivere quotidiano? Quanto i nostri spazi fisici, dentro e fuori le nostre vite, sono in grado di farci sentire un tutt’uno armonico ed equilibrato? E’ così difficile, per davvero, riuscire a vivere con il nostro circondario come se fossimo un’unica realtà, un vero continuum spazio-temporale?

Forse sì. Forse no o, forse, i “disastri” urbanistici che negli anni si sono susseguiti, e che ci sono stati “imposti” sono riusciti senza grosse fatiche a frapporsi realmente fra noi e il nostro mondo esterno.

Le città, i palazzi, le costruzioni di ogni genere e qualità hanno forse spezzato e spazzato via davvero la catena del vivere in un mondo dove rintracciare ancora residuali frammenti di “umanità”. Non è solo in noi stessi e nelle nostre personalissime e più intime esperienze di vita che dobbiamo ancora cercare un mondo più congeniale al nostro essere e più vicino al nostro concetto di “qualità della vita”.

E’ nella totalità della “cementificazione” che bisogna ancora sperare di poter rintracciare la poesia di cui, ciascuno di noi e, nonostante tutto, ha ancora bisogno.

A raccontarci il perché noi “ancora umani” agogniamo un irrefrenabile senso poetico per le nostre vite, il Dott. Nicola Mazzeo,  salernitano, scrittore e appassionato studioso della Scienza delle Costruzioni. Nel suo saggio, di eccellente spessore a parere di chi scrive, con estrema lucidità il nostro vuole gridare al mondo che è ancora tempo per guardarsi indietro, avanti e intorno e trovare (e dove necessario, recuperare) quella che lui definisce una IV e una V dimensione. Dimensioni che vanno ben oltre i tanto decantati concetti dalla scienza e dalla matematica e che da sempre hanno voluto e “potuto” dettare legge.

Ma c’è bisogno d’altro intorno a noi. C’è bisogno d’altro soprattutto in “quel fuori di noi” e Nicola Mazzeo ci racconta il perché…

Un libro sicuramente sui generis. Una combinazione inedita di aspetti quasi impensabili da unire: eppure lei va a conciliarli con una semplicità quasi disarmante. Come nasce questa insolita idea di unire scienza esatta e la quanto mai “umanistica” poesia?

E’ stato il “bisogno” di poesia che ho per me e per “Gaia”

Nel suo saggio usa il concetto di “spazio vivibile”. Cosa intende effettivamente per spazi “degni di essere vissuti”?

A. Einstein nella sua ds²=dtc²-dx²-dy²-dz² lega spazio e tempo. Egli connota come senza c²-velocità della luce al quadrato- e,“comunque”, senza luce e quindi bui ed invivibili i punti (-dx²), le linee, i piani (-dx²-dy²), i volumi (-dx²-dy²-dz²) e le loro composizioni . Il Nostro propone così l’etica degli spazi degni di essere vissuti. Questi sono spazi grandi e piccoli, laddove si è protagonisti delle proprie scelte  personali, sociali e civili e laddove si possa “respirare” poesia/e

A suo parere, ad oggi, nelle opere d’ingegneria realizzate e in tutti i momenti di applicazione pratica e concreta dei dettami della Scienza delle Costruzioni, non c’è mai stato spazio per concetti di armonia, equilibrio, poesia?

Il principio fondamentale  della statica , della scienza e della tecnica delle costruzioni, patrimonio dei più dei nostri laureati in ingegneria  edile ed in architettura recita : ”… condizione necessaria e sufficiente per l’equilibrio… “. Esso, dunque, tratta l’equilibrio e non l’armonia e la poesia. Lo stesso non possiede le formule per riconoscere e quindi, far proprie le poesie spaziali  e le migliori poesie spaziali a noi venienti dall’antico e quindi reinvestirle  nella costruzione della nuova urbanistica. Ciò avviene in molti casi con danni enormi. Può concorrervi e solo in mano a poeti; in pochi casi riuscirvi.

C’è qualche opera architettonico-urbanistico-ingegneristica che lei riconosce come luogo di concretizzazione delle sue decantate “quarta e quinta dimensione”?

Io penso che la casa sulla cascata sia un esempio straordinario di IV e V dimensione. A ben vederla, con i suoi terrazzi le sue strutture aggettanti , il suo “doverla percorrere” per non averla, ma per fruirne,la sua percorrenza-tempo (dt²) ne costituisce la IV dimensione ed invero la sua poesia rappresenta la V. Esempio ulteriore di IV e V dimensione è la Cappella di Sainte Marie Du Haute Rochamp di Le Corbusier. Infatti Nel masso eversivo di Rochamp flussi di luce e strombi arcani filtranti i colori (IV dimensione ) creano magiche atmosfere che raccontano  in quel continuum poetico (V dimensione) che ci sono molte più cose per costruire  gli spazi degni di essere vissuti di quanti ne sappiano lunghezza, larghezza ed altezza.

La “riggiola” e la poesia: come si possono sposare al meglio oggi? C’è ancora tempo per l’edilizia urbana moderna di fondere in un tutto armonico questi due fattori?

Non solo c’è ancora tempo ma ci deve essere tempo per fondere questi due elementi , sia a scala architettonica che urbana. Basti pensare ai pavimenti delle nostre case,  a come cambino vivibilità e “pelle”  chiese, piazze, castelli se si cambiano in meglio o in peggio le loro “riggiole”. A. Domenico Vaccaro, in Santa Chiara Napoli, scrive una sinfonia spazio-volumetrica straordinaria con le “riggiole”. Dal canto suo, A. Gaudì fa altrettanto in più di un’opera sua a Barcellona come altrove

A suo parere, quanto c’è di effettivamente “bello architettonicamente” in Italia? I nostri avi e gli attuali operatori, riescono a “fare di poesia”?

“L’Italia è un paradiso abitato da demoni” così scriveva  Goethe del nostro Paese. Da noi c’è un enorme patrimonio di bellezze architettoniche naturali e prodotte dall’uomo. Le abbiamo messe a fare i conti con le relazioni quantitative prodotte dalle matematiche, dalle geometrie e dalle loro funzioni. Si è prodottocosì un grandissimo stridore fra antico e nuovo che è sotto gli occhi di tutti.  Fare  poesia deve essere un  obiettivo da realizzare con tutti i mezzi. Bisogna far maturare questa coscienza.

L’emerito Frank Lloyd Wright diceva: “Un medico può seppellire i suoi errori, ma un architetto può soltanto consigliare al suo cliente di piantare rampicanti”. In città come Milano, Roma, Napoli… è solo questo che oggi si può fare, “camuffare” l’assenza di poesia, o pensa che ci sia ancora spazio per recuperare la poesia persa o mai applicata?

Non solo non bisogna camuffarle ma bisogna ben evidenziarle. Bisogna credere e ritenere che le matematiche e le geometrie da sole non possano produrre poesia/e. Bisogna conservare e reinvestire al presente quelle antiche e produrre possibilmente con ogni mezzo le nuove

Con il suo testo ha registrato un importante successo. Quali altre novità dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro da Nicola Mazzeo?

Sto cercando di creare un centro studi e ricerche che si occupi di questi argomenti. Al momento sto lavorando su alcune funzioni della relatività di A. Eistein, su alcuni verbi greco – antichi e sul processo visivo umano

Se potesse dare un consiglio, regalare un pensiero o una sua “chicca” ai nostri lettori, ma, soprattutto a giovani studenti d’ingegneria e/o di architettura, cosa direbbe loro?

Siate poeti e cercate sempre ed in ogni occasione di esserlo. Partecipate alla vita pubblica, alla conservazione ed alla migliore fruizione di “Gaia” per la costruzione di una eco-poetica- urbanistica, di una eco-poetica architettura ed in sintesi di un ingegno-ingegneria eco-poetica.

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