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23 novembre 2012

Vita da Videomaker: intervista a Giustino Pennino

La cinepresa: nuovi occhi attraverso i quali osservare il mondo.
La penna: strumento per ridisegnarlo.
Una visione: costantemente sospesa tra sogno e pellicola.
Molti si definiscono videomaker ma in pochi rispettano davvero i principi artistici che la loro professione richiede. Ma in cosa effettivamente consiste questa professione? Viene normalmente considerato un videomaker chi cura personalmente le riprese e il montaggio dei suoi lavori, realizzati sia attraverso strumenti legati all’analogico che al digitale, che in seguito vengono distribuiti attraverso canali tv, web, oppure festival e concorsi di cinema, cortometraggi, spot etc.Il mercato è purtroppo saturo di presunti professionisti o di mercenari non sempre attenti al valore artistico del proprio lavoro. Soprattutto perché non tutti sono disposti a sacrificarsi e a non tradire i propri ideali pur di “esercitare il mestiere”. Lì dove l’arte incontra il lavoro spesso i confini si sporcano, si mescolano e cancellano le prospettive di un’opera rendendola semplicemente un esercizio tecnico costruito su misura del compratore.

C’è però chi riesce a trovare il proprio spazio di autonomia artistico, chi non tradisce il suo punto di vista pur sapendo incontrare i gusti di chi richiede il suo lavoro. È il caso del Dott. Giustino Pennino, laureato, esperto di audiovisivi e in particolare di Cinema, una strada segnata da esperienze svariate e multiformi che lo hanno portato sulle strade dell’horror, sui passi di Ligabue e persino a scrivere un romanzo (Urlate in Silenzio!)… con la speranza di arrivare presto a un lungometraggio, il suo lungometraggio.

Caro Giustino, come mai hai intrapreso questa strada? Cosa ti ha spinto ad essere un videomaker?

Nella maniera più ingenua e infantile possibile se vogliamo. Da bambino volevo essere un uomo di scienza, pian piano il fascino della divulgazione è stato sostituito da quello della narrazione, benché di base sia rimasto una persona curiosa. Col tempo ho incanalato questa fascinazione in un hobby e poi ho cercato di trasformarla in una professione, con le immagini a guidare questa voglia di comunicare. Ça va sans dire, da bambino dicevo un sacco di cavolate in meno.

Come hai deciso di strutturare la tua preparazione in questo campo?

Ho studiato al DAMS di Bologna prima e poi ho conseguito la Laurea Magistrale a Roma, precisamente in Studi storici, critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi. Nella capitale ho anche cementificato la preparazione pratica frequentando la Libera Università del Cinema diretta da Sofia Scandurra.

Pensi che l’esperienza universitaria ti abbia aiutato?

Assolutamente sì ma parliamoci chiaro: mi iscrissi con l’idea di acquisire una serie di nozioni teoriche utili da sviluppare nella pratica cinematografica o degli audiovisivi, e in effetti così è stato. Se avessi frequentato solo per “il titolo”, francamente, penso che neanche avrei finito in primis; il resto non lo posso sapere. 

Quali sono le difficoltà nel lavoro in questo settore?Come sempre ci sono le difficoltà di ordine pratico (organizzazione, responsabilità personali e di gruppo durante le collaborazioni, gli aspetti, ehm, economici in determinati casi…), se scendiamo nello specifico dipende poi l’ambito, se parliamo di cinema, tv, videomaking indipendente, per esempio la produzione di una web-serie, e lì diciamo che difficoltà è anche sinonimo di possibilità; per la mia esperienza almeno la costrizione è sempre stato lo stimolo estremo per la creatività – ma senza illusioni: certe cose se non le puoi fare e lo sai dall’inizio, meglio non perdere tempo.  

Credi che lo stato, il contesto sociale e le istituzioni aiutino chi come te si cimenta con la cultura?

In una panoramica generale, in questo momento, la domanda sembrerebbe retorica… Tuttavia forse qualche buon samaritano di passaggio c’è ancora. Bisogna assolutamente fare di più, non lasciamolo solo e non lasciamoci soli.

Come mai hai optato per un percorso da freelance?

I motivi sono tanti, inutile negare che, come dicevo prima, trasformare un hobby in professione richiede degli step necessari. In realtà però vorrei considerarmi non tanto come un singolo lavoratore che coltiva il suo orticello e basta ma un possibile collaboratore pronto ad affrontare e dialogare per diversi progetti. L’identità si costruisce con il confronto, a mio modesto parere. 

Qual è il lavoro che ti ha dato maggiori soddisfazioni?Sia in lavori su commissione che in lavori personali ho potuto collaborare naturalmente con ogni tipo di persona, committenti seri, bravissimi attori, artisti e tecnici, alcuni diventati anche amici. Preferisco che siano loro e, se esiste, il pubblico naturalmente a giudicarmi e giudicare il mio lavoro. Di me stesso diciamo che sono sempre “insoddisfatto”, si deve fare sempre di più e sempre meglio.  

So che sei anche uno scrittore. Puoi dirci qualcosa su questa esperienza?

Innanzi tutto è una scrittura che nasce dal cinema e dalla scrittura per audiovisivi, in questo senso scrittore, altrimenti direi “uno che ha scritto un libro”! La nostra docente di sceneggiatura alla LUC, Cecilia Calvi, scelse Tiziano Bomprezzi e me per scrivere il soggetto di una serie televisiva orientata verso i giovani. Ci accorgemmo ben presto che, almeno al momento, non volevamo nessun tipo di limite alla nostra fantasia per cui è nato “Urlate in Silenzio!”, questo strano romanzo a sei mani che Davide Zedda ha deciso di pubblicare per La Riflessione. Presto ne uscirà anche la versione ebook. Ma la struttura polifonica della narrazione e quella “a più mani” della scrittura vengono pari pari dall’esperienza della sceneggiatura.

In attesa di seguirti sul tuo portale, LoVenomous.com, cosa hai in serbo per il futuro?

Sarei bugiardo se ti dicessi che non sto progettando dei lunghi. Ma sarei altrettanto bugiardo se ti dicessi che la strada è già spianata. Per cui la tua domanda è giusta in effetti e la prendo un po’ alla larga se me lo concedi: rafforzo il mio marchio sperando di innescare collaborazioni fruttuose!

Cosa consigli a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Qui invece me la prendo comoda! Beh, i tempi sono un po’ cambiati da quando ho cominciato io. Prima di tutto non do consigli ma parlo della mia esperienza. Molte  persone tenderanno a scoraggiare chi vuol fare questo lavoro, altri invece gonfieranno l’ego e sarà forse un danno anche peggiore per il soggetto in questione. Alcuni diranno di fare tutto ciò che capita, col rischio di disperdere tempo ed energie, altri diranno di mirare ad un obiettivo, la cosa più saggia forse, che però può diventare un’ossessione, pensando magari di raggiungere la luce e invece bruciando solo più in fretta la cera della candela. Non c’è una ricetta, forse solo ascoltare, e tanto, ma quello penso lo si debba fare in ogni campo. Penso quindi che in realtà sia un percorso estremamente personale – ma, ancora una volta, non individuale! –, con molti fattori condizionanti, esterni ed interni, e non se ne viene a capo se non provi un po’ a conoscere te stesso innanzi tutto. E a questo punto mi viene da concludere citando Leo Buscaglia: “Molti di noi cercano se stessi qui, alla luce. Non troverete quello che cercate. Dovete mettervi carponi dentro, dove qualche volta c’è un buio spaventoso, e scoprire cose meravigliose su voi stessi.”  

La strada del videomaker è dunque impervia, perigliosa, costellata di difficoltà. Al contempo, essa può essere estremamente ricca, squantomeno di esperienze di vita. L’affermazione personale è sicuramente complicata e legata a fattori che non sempre si possono controllare con facilità… bisogna imparare a sopperire a problemi di ogni tipo, tenendo sempre a mente che l’imprevisto è dietro l’angolo. Ne deriva che il rischio di vendersi e svendersi a un compratore, indipendentemente da cosa esso richieda e dai suoi standard, è enormemente elevato per chi si adopera in questo settore generalmente privo di qualsiasi sicurezza. Ciò nonostante è ancora possibile trovare chi si impegna a difendere i propri principi artistici e culturali con serietà e metodo, chi coltiva una propria visione del mondo giorno per giorno, attraverso un lavoro costante e quotidiano. L’arte, seppure sotto le macerie, riesce ancora a sopravvivere.

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