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26 maggio 2013

Pensione a Rischio per i Giovani. Riforma pensione: dalla Fornero alle modifiche Giovannini

Ministero del lavoro e delle politiche sociali

Ha 25 anni di media, non è ancora inserito nel mondo del lavoro e già rischia una “pensione da fame” che lo costringerà (parola dell’ex premier Giuliano Amato) a dormire in macchina. È il profilo dell’esodato del futuro, il precario disoccupato del 2013, che emerge dai risultati della prima indagine del progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali di Censis e Unipol”: il 42% dei nostri giovani lavoratori dipendenti (25-35 anni) andrà in pensione non prima del 2050, percependo una pensione inferiore ai 1000 euro mensili.

Una previsione che già di suo tiene fuori la fetta più consistente della popolazione giovanile, quella ancora in attesa (2 milioni non studiano né lavorano), che cioè tocca solo i cosiddetti” fortunati”:  4 milioni di giovani occupati con contratto standard più 1 milione di giovani lavoratori autonomi o con contratto atipico.

Dati, insomma, che ci testimoniano un trend semplicemente agghiacciante: siccome i dipendenti compresi in questa fascia di età che guadagnano una cifra al di sotto dei 1000 euro sono addirittura il 32%, questo significa che questi stessi ragazzi si ritroveranno, maturati i requisiti, con un reddito addirittura più bassa di quello di inizio carriera.

Pensione minima a fine carriera, per loro, pesantemente a rischio dunque, frutto di riforme del lavoro scriteriate che non permetterà a tanti giovani cittadini di oggi, soprattutto a quelli che hanno iniziato nel 1996, di raggiungere neppure un assegno minimo degno di questo nome.

Riforma del lavoro e delle pensioni. Sono tanti i nodi da sciogliere di una polemica entrata proprio in questi giorni nella sua fase più calda:  riforma dei precari, riforma del sistema occupazionale, esodati e, non ultima, la riforma del sistema previdenziale. Tutte emergenze che vedono tra i più vessati proprio i giovani, penalizzati dall’inizio alla fine della loro già incerta avventura professionale.

Riforma Fornero, i perché del fallimento. Una vera è propria Caporetto quella che tanti cittadini giovani, ma anche meno giovani, scontano e sconteranno da qui ai prossimi anni, cominciata con la Riforma Dini del 1995 e poi proseguita con la fallimentare parentesi Monti e con l’altrettanto discussa Riforma del lavoro e delle pensioni del Ministro del Welfare, Fornero. Due esperienze che hanno letteralmente stravolto, in peggio, il sistema del lavoro e delle pensioni pubbliche e che hanno avuto come esito conclusivo una devastante impennata del precariato e l’invenzione dei cosiddetti esodati, raccogliendo le scoppole anche della stessa UE.

Ma concentriamoci sulla più recente, la Riforma Fornero, il grande nodo gordiano di questa interminabile querelle. I primi bilanci dell’Istituto di ricerca Isfol sugli effetti della nuova legge non paiono affatto sorridere all’ex ministro del welfare, anzi. Da luglio 2012 ad oggi, infatti, le assunzioni a termine hanno sì conosciuto un netto aumento, ma di contro sono crollati di schianto contratti precari ed, insieme, gli stessi contratti a tempo indeterminato. Solo nell’ultimo trimestre i contratti di collaborazione sono scesi del 9,2%, quelli “intermittenti” del 22% e quelli indeterminati del 5,7 %. Intanto l’esercito dei precari in cerca di un inquadramento stabile è salito,riferisce l’Istat, a 3 milioni. Penalizzate soprattutto le donne, con percentuali di assunzioni più basse, costrette al doppio lavoro e all’indecenza del pensionamento a 65 anni.

Le aziende che ancora assumono lo fanno alle loro condizioni, incoraggiate dalla cosiddetta “flessibilità cattiva” che, complici i continui ripensamenti dell’articolo 18, concede alle stesse ampie garanzie sui licenziamenti facili e sul lavoro ad tempo determinato o a chiamata. Per molti un autentico attentato al diritto al lavoro. Ancora una volta a farne le spese sono i più giovani:  le aziende privilegiano i contratti a scadenza perché, oltre al vantaggio di pagare meno contributi, permettono di liberarsi del dipendente giovane evitando di violare ne norme di tutela contro i licenziamenti, imporre condizioni di lavoro a limite della legalità dietro il miraggio del posto fisso. Insomma il giovane lavoratore a tempo determinato conviene: costa meno di un fisso (a parità di mansione) e fa risparmiare, sia in termini di retribuzione che di contribuzione. Ma il posto fisso non c’è. Al massimo, il giovane può sperare in un rinnovo di 36 mesi alle stesse condizioni.

Spazio ai giovani, si dice. Un ritornello mai fuori moda, tanto che alla vigilia della detestata Riforma Fornero in tanti avevano creduto alla chimera del turnover, quella che oggi chiamano staffetta intergenerazionale. Riposo per i più anziani (42 anni e 5 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 5 mesi per le donne, indipendentemente dall’età) e più chance di inquadramento professionale per i giovani. In teoria: pensionamenti anticipati e iniezioni di nuova linfa a tutti i livelli. Nella pratica, però, è proprio qui che la Riforma ha generato il suo mostro più inquietante.

Quanti anni dovrà lavorare un ragazzo assunto nel 2013 per godere di una pensione decente? A quanto ammonterà? O come si chiedono i più radicali: ci sarà mai una pensione per i più giovani?

L’età pensionabile è aumenta per effetto delle riforme a 65-66 anni e continuerà ad aumentare ancora per l’azione combinata di fattori come: requisiti di anzianità, finestre, quote e allungamento della speranza di vita. Senza garanzia previdenziale per gli anziani del futuro, i giovani di oggi che già stentano a fare progetti di vita e guardano sempre più alla pensione come un traguardo irraggiungibile. Doppia stangata quindi: niente lavoro, niente pensione o pensione da fame. Il problema non è tanto lavorare 40-45 anni, ma piuttosto capire quando si conclude la ricerca dell’impiego.

Per chi comincia a lavorare tardi maturare la pensione può diventare un’impresa impossibile. Per chi comincia in tempo e va in pensione, invece, si pone un altro problema: percentuali sul reddito bassissime, miserabili, che lo costringeranno con tutta probabilità a lavorare anche dopo il raggiungimento della soglia con ulteriori ritardi nella cosiddetta staffetta.

Per evitare il ripetersi dello shock esodati e tamponare l’emorragia di disoccupati e precari, il Governo Letta avrebbe allora deciso di mettere sul tavolo della riforma del marcato del lavoro una serie di proposte di modifica tutte improntate al rinnovamento generazionale della classe lavoratrice. La ricetta è quella tradizionale: flessibilità dell’accesso per i “giovani” e gradualizzazione in fase di uscita per i “vecchi”. Riforma che toccherà stavolta anche i dipendenti pubblici.

Questi i punti fondamentali dell’agenda di Letta e del Ministro del Welfare, Enrico Giovannini, molti dei quali hanno già incassato il sì dell’Inps.

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  • Contratti a termine: riduzione degli intervalli obbligatori tra un contratto e il successivo e allungamento del contratto (che oggi non può superare l’anno) senza che l’azienda ne indichi la causale. La Riforma Fornero stabilisce uno stop di 2 mesi per i contratti semestrali e di 3 mesi per quelli di durata maggiore. Ma la soluzione studiata per scoraggiare i contratti precari era divenuta per molte aziende un abili formidabile per non assumere stabilmente. In più si prevede  la sospensione del contributo aggiuntivo che l’azienda paga su ogni contratto flessibile, mentre restano inalterati gli incentivi e le agevolazioni per chi assume a tempo indeterminato giovani (soprattutto se giovani e alla prima esperienza).

  • Sgravi ed agevolazioni maggiori: forse il nodo più spinoso. Detassare le assunzioni e combattere l’evasione per avviare un paino straordinario per l’occupazione da 50 miliardi. L’auspicio è quello di restituire potere di acquisto alle famiglie e sollevare le imprese, soprattutto l’imprenditoria giovanile, da costi eccessivamente gravosi. Si punta ad eliminare/modificare le aliquote dell’1,4% per chi assume a tempo e di portare l’obbligo di assumere apprendisti dal 30% al 50%, azzerando i contributi previdenziali per i primi 3 anni di contratto.
  • Accento sulle pensioni integrative, una pensione di scorta. Cos’è e come funziona: si tratta di una soluzione alternativa, parallela alla pensione pubblica. Una soluzione raccomandata soprattutto ai più giovani, specie se con contratti occasionali o a progetto, ma anche a chi non percepisce reddito alcuno e solo ora si sta avvicinando al mondo del lavoro. In pratica il soggetto versa in x anni un capitale y decidendo personalmente quantità e frequenza dei versamenti. Così facendo egli percepisce una rendita vitalizia che è funzione di y e di un coefficiente relativo al sesso e all’inizio dell’erogazione della rendita. La “pensione di scorta” si costruisce in base alle esigenze del richiedente attraverso la forma di investimento ritenuta più congeniale, in considerazione del proprio profilo di rischio degli obiettivi di investimento. Il richiedente può contare su diverse tipologie di fondi pensione: i fondi pensione aperti, che sono creati e gestiti da società private (assicurazioni, banche, sgr ecc.); i fondi pensione chiusi o negoziali, che si reggono su accordi tra organizzazioni imprenditoriali e categorie di lavoratori (qui si può far confluire anche il proprio Tfr); i PIP, ovvero i piani integrativi pensionistici, incentrati sul sistema delle polizze vita. I contributi versati nei fondi di investimento pensione sono deducibili fino a un importo di 5.104 euro all’anno e la tassazione vantaggiosa: aliquota all’11%.
  • Fronte esodati e pensioni: l’ipotesi più accreditata prevede il ritiro anticipato dall’occupazione anche a 62 anni di età e 35 di contributi (con minimo 3 anni rispetto alla normativa attuale con taglio di almeno 1,5 volte l’assegno sociale previsto). Ma si discuterà molto sull’opportunità di addolcire queste penalizzazioni per chi decide di chiudere prima la sua carriera lavorativa. Per chi sceglie la via opposta, si studiano incentivi e bonus nella mensilità previdenziale per ogni anno lavorato in più. In alternativa è al vaglio un’altra ipotesi: trasformare il rapporto da tempo pieno a part time, facilitando con questo sistema l’iniezione di giovani apprendisti o, se le cose dovessero funzionare, giovani lavoratori a tempo indeterminato.

I sindacati, intanto, studiano la situazione. E’ proprio Emiliano Galati, Segretario provinciale e Segretario regionale Felsa CISL Veneto (Federazione Lavoratori Somministratori Autonomi Atipici), a renderci edotti circa gli ultimi sviluppi del triangolo giovani lavoro pensioni

Dottor Galati. A suo giudizio, come si esce dal tunnel? Quali sono le soluzioni pensionistiche più adatte ai giovani? E ancora, cosa sente di consigliare a questa generazione tartassata?

“Personalmente ritengo che i tempi siano maturi per introdurre nella cultura delle nuove generazioni la pensione complementare. Si tratta, in breve, di un investimento volontario tramite fondo pensionistico da parte del soggetto durante la sua vita lavorativa con lo scopo di garantire prestazioni pensionistiche aggiuntive (pensione integrativa) rispetto a quelle erogate dagli enti previdenziali obbligatori. In sintesi un provvedimento utile ed efficace che ci consente di agire in maniera concreta sul nostro futuro. Al Sud e nelle isole i giovani lavoratori sono quelli che hanno meno dimestichezza con questa formula. Nel Veneto abbiamo l’efficace esperienza di Solidarietà Veneto, un fondo nato dalla contrattazione collettiva nel mondo delle piccole e medie imprese che permette agli aderenti, pur cambiando azienda o settore, di non cambiare il fondo cui destinare il proprio TFR. Il nostro paese è in forte ritardo rispetto alla cultura del lavoro atipico e ai temi della previdenza. Chiaro che in questa prospettiva la staffetta generazionale, di cui tanto si parla in questo periodo, può rappresentare uno strumento utile per permettere un tutoraggio delle nuove generazioni. Un tutoraggio che agevoli la creazione e l’avvio di una attività durante tutta la fase di start up, quando c’è più bisogno di aiuti per le spese di gestione. Ma ripeto, occorre lavorare di informazione e sensibilizzazione. Urge, cioè, l’introduzione, per i giovani, della pensione integrativa obbligatoria per offrire ai giovani pensioni adeguate al reddito con cui usciranno dal mondo del lavoro. L’ipotesi di rendere obbligatoria la previdenza complementare sarà la grande sfida della nuova classe dirigente. Parlare ai giovani in questo periodo non è facile, ma bisogna tenere alta l’attenzione su queste questioni. Quello che mi sento di dire ai nostri ragazzi è alzare l’asticella della conoscenza del lavoro e della cultura del lavoro, imparare a riconoscere i loro diritti per sfruttare al meglio le opportunità che si presentano loro”.

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