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venerdì, 28 novembre 2014
18 febbraio 2012
 

Pirati di tutto il mondo unitevi: la politica ha bisogno di noi!

 

Forse qualcuno di voi avrà sentito parlare di partiti improbabili ma realmente esistiti come il “Partito degli amanti della birra” in Russia o il “Partito dei rinoceronti” in Canada o ancora il “Partito di  Paperino” in Svezia.

 

Partiti strampalati, non c’è che dire, dai programmi ancora più assurdi.

 

Stavolta però nessuna bizzarria in vista: si fa sul serio!

 

Parlo del Partito dei Pirati, fondato in Svezia solo sei anni fa dall’imprenditore Rick Falkvinge.

Obiettivo: creare un partito che, sull’onda della polemica suscitata dal processo a The Pirate Bay (sito svedese di hosting accusato di promuovere l’infrazione del diritto d’autore ), si attivasse per modificare, sia legalmente sia concettualmente, il copyright in difesa della libertà della rete e della riservatezza dei cittadini.

 

Secondo il Piratpartiet, infatti, diritti d’autore e brevetti costituirebbero oggi più che mai una grave minaccia di restrizione alla libertà d’informazione, sempre più piegata a diktat economici che ostacolano lo sviluppo di un’anima prioritariamente sociale dello sharing.

Una strada in salita, quella del Partito dei Pirati, segnata da alterne vicende: dalla polvere delle elezioni svedesi del 2006, quando il Partito Pirata ottenne lo 0,69% dei voti, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento del 4% necessaria per avere rappresentanti nel Parlamento Svedese, alla gloria del 2009, quando, con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, i Pirati conquistarono i primi due euroseggi della loro storia.

 

Ma la pirateria è davvero il futuro? Il peer to peer ci salverà? E se sì, come?

 

Domande cui Falkvinge, novello alfiere della libera circolazione dei prodotti culturali, ha deciso di dedicare tutta la sua vita, facendo spesso la figura del Don Chisciotte.

Un mestiere ingrato quello del pirata informatico prestato alla politica, per la quale il web continua a rappresentare “il diavolo”.

 

Che poi pirata si fa per dire.

Sì perché la denominazione “Partito dei Pirati”, di per sé, non è un fatto secondario, anzi. Si tratterebbe piuttosto di una scelta obbligata, o, se vogliamo, involontariamente (e fortunatamente) provocatoria.

 

Ce lo spiega lo stesso Falkvinge, in un’interessante intervista condotta da Elisabeth Braw per conto del Metro World News:

“Più che una provocazione è ad effetto. Se ci chiamassimo in un altro modo saremmo definiti comunque, per la nostra posizione, dei pirati. E in nome dei diritti civili e della libertà d’espressione, ne siamo orgogliosi”.

La pirateria, però, è molto più di una semplice risposta al progressivo irrigidimento del concetto di libertà di informazione. È un moderno way of life!

“Se insomma negli anni Sessanta” - dice Falkvinge - le parole d’ordine erano “pace e amore”. Oggi queste parole sono cambiate. Oggi il grido è: “trasparenza e libertà di espressione”.

 

Fin qui tutto ok. Ma come la mettiamo con gli artisti, che molti indicano come le principali vittime di questa “rivolta informatica”?
Falkvinge puntualizza: “I musicisti non vendono dischi, lo fanno le etichette. I guadagni dei musicisti sono aumentati del 114% da quando è nato Napster, e il 28% in più dei musicisti fa soldi da solo. Quelli che fanno meno soldi sono gli intermediari, che strappavano agli artisti grosse percentuali. Dovrebbero essere cacciati dal mercato!”.

 

Dito puntato, quindi, contro la media e grande distribuzione, rea di speculare non solo sulle vendite ma anche e soprattutto sull’attività di milioni di artisti, costretti ad accettare condizioni contrattuali, che, alla prova dei fatti, si rivelano spesso (se non sempre) fallimentari.

Qualcuno nel 2006 ha parlato di fuoco di paglia: “Il Piratpartiet non ha futuro!”

Le perplessità riguardavano in particolare il fatto che il partito non avesse una politica sulla maggior parte delle materie. Falkvinge se la ride:

“Qualsiasi partito che si è diffuso in 50 paesi e ha una forte presa sui giovani c’è per restare. Il movimento liberale 120 anni fa, il labour 80 anni fa, i verdi 40 anni fa: sono tutti nati come partiti di protesta e poi hanno sviluppato una politica. Noi stiamo facendo lo stesso”.

 

Qualcuno, al contrario, teme che politicizzandosi il movimento corra il rischio di “imborghesirsi”, esaurendo così quella spinta irriverente e rivoluzionaria che ne aveva contraddistinto l’anima fin dagli esordi.

Insomma “Jack Sparrow” ha messo la cravatta?

 

 Niente paura, rassicura il leader dei Pirati: “Ogni partito che non fa parte del governo è di protesta. E noi abbiamo capito che chi fa le leggi ha bisogno di questa minaccia: non basta dire loro che non stanno facendo un buon lavoro!”.

 

Sentito?

Allora cosa stiamo aspettando? Internauti di tutto il mondo unitevi!

 

 

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