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27 giugno 2010

Pochi fondi per le nostre università!

La normativa del 5×1000 nasce nel 2006 a titolo sperimentale e dà la possibilità al contribuente di destinare una quota pari a 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a enti non profit che rientrino nelle seguenti categorie:sostegno del volontariato, delle onlus, delle associazioni di promozione sociale e di altre fondazioni e associazioni riconosciute;finanziamento della ricerca scientifica e delle università;finanziamento della ricerca sanitaria.

In base alla nuova formulazione del cinque per mille (legge finanziaria del 2010), è prevista la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a associazioni di volontariato e non lucreative di utilità sociale, associazioni di promozione sociale e fondazioni e associazioni riconosciute, enti di ricerca scientifica, universitaria e sanitaria, comuni e associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni.

Il provvedimento del 5 per mille è un finanziamento aggiuntivo deciso direttamente dai contribuenti, i quali possono destinare la quota a sostegno di queste quattro aree no profit (Università e ricerca, ricerca sanitaria, iniziative sociali comunali) apponendo la firma in uno dei quattro appositi riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione.

Il contribuente può altresì indicare il codice fiscale dello specifico soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille, traendo il codice fiscale stesso dagli elenchi pubblicati.
Bisogna ricordare che La scelta di destinazione del 5 per mille e quella dell’8 per mille sono alternative fra loro.

La CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), accogliendo una sollecitazione diffusa nel sistema universitario, sostiene gli Atenei nella promozione di una campagna informativa sulle numerose opportunità che l’attribuzione del 5 per mille all’Università offrirebbe all’intero sistema Paese in termini di sviluppo e competitività.
I Rettori delle Università Italiane, in quanto rappresentanti delle autonomie accademiche, condividono l’esigenza di investire nel futuro destinando le quote di tale finanziamento ai giovani e alla ricerca, chiavi strategiche d’innovazione.

Purtroppo non sono buoni i dati relativi alla Ricerca nel nostro Paese. Il meccanismo di ripartizione del cosiddetto “5×1000 alla ricerca”, come dimostrano i resoconti annuali dell’Agenzia delle Entrate, non premia affatto gli atenei.
Il numero di ricercatori nel mercato del lavoro è pari al 2,82 per mille, circa la metà rispetto alla media europea e oltre che pochi,i ricercatori italiani sono mediamente meno giovani dei colleghi stranieri: l’età media dei ricercatori è di 46 anni e un terzo accede alla carriera dopo i 38.

Dunque,le università italiane,se dovessero realmente fare affidamento sui fondi raccolti dal 5×1000, potrebbero finanziare soltanto in minima parte le ricerche portate avanti dai dipartimenti e i laboratori scientifici.

Cio’ che forse ha maggiormente penalizzato gli atenei è stata la moltiplicazione di soggetti “altri” ammessi al beneficio; si registra in essi un calo di preferenze, raccogliendo importi via via minori.

Considerando il triennio 2006-2007-2008, gli importi totali sono cresciuti ma le università non ne hanno tratto giovamento né in termini di scelte né per quanto riguarda le somme loro destinate.
Soltanto la Sapienza ha ricevuto già dal 2006 contributi di ammontare pari a 848.006,24 euro pari a 13.676 contribuenti. Questi dati collocano l’Università al primo posto tra gli atenei italiani per volume di contribuzioni, al sesto posto tra tutti gli enti autorizzati a ricevere le sottoscrizioni dei cittadini.

In conclusione,non si puo’ non comprendere l’importanza di destinare la quota del 5 per mille ad un Ateneo per le numerose opportunità che offrirebbe. Infatti,non significa solo dare un aiuto concreto al settore della Ricerca, ma vuol dire soprattutto investire nelle nuove generazioni che rappresentano la linfa vitale della Ricerca e credere nel futuro della scienza, dell’Università e del Paese.

Roberta Nardi

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