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15 settembre 2010

Rapporto Ocse: l’Istruzione italiana in fondo alla classifica europea

Se le notizie che leggiamo quasi ogni giorno sui quotidiani e sui giornali di informazione online non bastassero a rendere chiaro quanto è precaria la situazione scolastica e universitaria italiana, ci pensa il nuovo rapporto Ocse a illuminare la situazione. Il nuovo bilancio Ocse sull’istruzione parla chiaro: l’Italia investe meno della media degli altri Paesi in questo settore, con ripercussioni negative sull’intero sistema economico

L’Ocse è l’acronimo di Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico europeo, e il suo rapporto sull’educazione “Education at a Glance 2010” boccia inesorabilmente l’istruzione italiana. Il nostro Paese spende solo il 4,5 % del Pil per le istituzioni scolastiche, contro il 5,7 della media europea. Siamo il fanalino di coda dell’UE, con la sola Slovacchia a chiudere la classifica dopo di noi.

Quali sono i principali problemi dell’istruzione nostrana?

I professori italiani sono tra i meno retribuiti d’Europa (il salario medio dei docenti è inferiore di 497 dollari alla media Ocse, che è di 34.496 dollari), anche dopo il raggiungimento dell’anzianità di servizio con 601 ore di insegnamento; la spesa pubblica nella scuola raggiunge solo il 9 % contro il 13,3 % della media europea; il nostro Paese è quello che registra il più alto ciclo di studi – dalle elementari all’università contiamo almeno 18 anni tra i banchi) e un livello ancora troppo alto di abbandoni.

Quella che ne risente di più è, nemmeno a dirlo, l’Università. Mentre il numero dei diplomati è in rialzo (85 % è il risultato tricolore, 80 % quello Ocse), il livello dei laureati è molto basso: il nostro paese registra solo un 32,8 % (con un maggior numero di donne), mentre la media Ocse è del 38 %. In realtà l’incremento in campo universitario che si è registrato tra il 2000 e il 2005 è stato dovuto soprattutto ad un cambiamento strutturale, vale a dire all’introduzione della riforma che ha consentito di ottenere una laurea già dopo il terzo anno di studi.

Inoltre, nel nostro Paese più dei due terzi dei lavoratori tra i 25-65 anni sono fuori da ogni sistema di formazione; cioè, non possono incrementare e migliorare le loro abilità, risultando potenzialmente impossibilitati a ricollocarsi nel mondo del lavoro dopo un eventuale licenziamento.

Non sono dati confortanti, specialmente vista la situazione mondiale attuale, che continua registrare un calo nel settore dell’occupazione. L’investimento nel campo del sapere è essenziale per il miglioramento del Paese, perchè puntare al perfezionamento del proprio sistema educativo, o almeno portarlo allo stesso livello della media europea, significa incrementarne anche la crescita economica.

Marilena Grattacaso

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