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29 novembre 2010

L’ università che protesta

In questi giorni faccio molta attenzione ai titoli dei giornali. Leggo tutto ciò che riguarda la mobilitazione studentesca e cerco di seguire il maggior numero di pubblicazioni possibili per non cadere nella banalità e nell’uniformità di giudizio. Il titolo più gettonato è il seguente:
L’università è in rivolta.

Inciso semplice e diretto, una frasa chiara che esprime un dato di fatto, una situazione di positiva e progressiva “azione” fatta da studenti che non intendono subire passivamente un decreto legge ritenuto inaccettabile.

Tralascio ogni considerazione politica sul perché si cerca di “stringere” con la riforma considerando la forte crisi di Governo, le varie implicazioni possibili, i rimpasti e l’effettiva appicabiità legate alla finanziaria, (pardon, “Legge di Stabilità”).

Vado avanti.

Mi chiedo come, la stessa frase, (questa “rivolta” universitaria resa visibile dalla salvifica amplificazione mediatica di tutte le occupazioni simboliche di questo periodo: il Colosseo a Roma, la Mole a Torino, la Torre a Pisa ecc.ecc.) possa esser recepita in tutti gli altri ambienti estranei e non coinvolti direttamente o indirettamente nelle argomentazioni del DDL.
E’ questo il nocciolo della questione.
Purtroppo la gente tende a minimizzare o ad ignorare il problema, non si rende conto dell’importanza strategica della ricerca, dell’organizzazione pubblica e laica dell’Università, dell’importanza del diritto allo studio. Tutto ciò che è considerato (erroneamente) estraneo al proprio settore lavorativo è ritenuto inopportuno e superfluo.

Non stupisce dunque, in quest’ottica, l’affermazione sciocca e facilmente confutabile fatta dal ministro Tremonti: “Con la cultura non si mangia”.

Per fortuna, direi. La cultura non indica quale ristorante prenotare, non impone, dettata da leggi pubblicitarie figlie di logiche consumistiche, quale prodotto culinario acquistare e consumare.

La cultura è l’unica cosa in grado di regalare autentica e non retorica (o, peggio) propagandistica libertà, l’unica cosa in grado di far pensare in maniera critica, l’unico mezzo per poter argomentare degnamente grazie alla propria dialettica le proprie motivazioni.

Insomma, con la cultura non si mangia, ma è grazie ad essa che si può ragionevolmente trovare una soluzione al problema e imbandire un ipotetico banchetto che guardi al futuro del malandato sistema universitario italiano.

Nella scuola primaria e secondaria è già in atto il sistema di disgregazione basato sulle logiche di “bilancio” che mettono al primo posto non la formazione e l’educazione degli studenti ma asettici e manipolabili aspetti finanziari per cui è possibile avere disservizi di ogni genere (dalla manzanza di lavagne alla mancanza di carta igienica), classi di 35 alunni, precarietà di insegnamento sempre più diffusa, il dimenticarsi dei problemi organizzativi atavici e onnipresenti da sempre.

Tre giorni fa vagavo, come spesso accade, tra le aule della Facoltà di Lettere della Sapienza Di Roma. Ho rivisto assemblee e mostre espositive, programmi, installazioni, vitalità. Quest’anno però, rispetto a due anni fa (quando si protestava vivacemente contro la legge 133/08 che determinava i pesantissimi tagli e la riorganizzazione universitaria con l’apertura ai privati e la cancellazione di fatto della figura del ricercatore) la situazione è meno partecipata all’interno, ma meno chiusa, più vitale e strategica, più “diplomatica”, poichè furba e attiva, simbolica e (si spera) efficace.

Mi viene in mente un lungo inciso di Erri De Luca tratto dal Libro “Il giorno prima della felicità“:

“C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva ad uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”.

Affinché questo dispari continui a restare fuori, affinchè quel poco che ci resta possa restare per poter migliorare occorre considerare questa “rivolta” per quello che è: ingenuo, forse, ma necessario passo per poter continuare a sperare in una università pubblica, laica, migliore.

Nicola Baccelliere

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