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8 marzo 2011

L’eterna sfida delle donne

Noemi, Nicole, Ruby, Raffaella. Nomi interessanti, esotici, particolari. Nomi che raccontano molte cose dietro ai quali si celano storie scabrose e tormenti rugosi.
Nomi che raccontano che per qualcuno l’Italia è ancora il paese delle meraviglie dove le mamme son tutte belle e se hai un decolleté un po’ più pronunciato, puoi finire in camera. E poco importa se sia quella dei deputati o quella da letto. La confusione è la stessa. Le urla uguali. Il piacere meno. Tanto che molte donne offese da tanto chiasso, si riuniscono e protestano. Bravissime ma non basta. Occorre fare di più. Perché le tariffe aumentano, gli anni passano e i luoghi comuni restano. Per sempre. Come le cicatrici di chi non sopporta più botte ingiustificate, borbottano, esplodono. E riunendosi provano a vedere se possono cambiare la storia.

Ma la storia per molte di esse, si è fermata prima che cominciasse. Perché nonostante tutte le promesse, le conquiste, e i risultati raggiunti, tutto si è dissolto. La bolla è scoppiata. Il bubbone cresciuto. E siccome le farmacie scioperano e non tutti si possono permettere un consulto privato, l’emergenza resta pubblica, palese, sotto gli occhi di tutti.
Il mondo oggi è popolato da un sacco di donne cui hanno detto che bastava prendere una laurea in una materia umanistica per balzare su una cattedra e mettersi a insegnare agli altri. Non è bastato. Non basta nemmeno una laurea in economia alla Bocconi a quanto pare. Nella vita d’altra parte ci vuole calma e sangue freddo. E se hai una lingua disinvolta e sai ciucciare bene, il pupazzo più grosso al luna park della vita lo regalano a chiunque.

Perché i luoghi comuni sono più resistenti di qualunque volantino di protesta e una pasticca di Viagra dura più di qualsiasi manifestazione.
E così sono ancora i luoghi comuni a dominare la scena e a raccontare che in Italia per alcune donne la vita è facile. Ma facile per davvero. Basta aprirsi un po’. Quel tanto che basta. Perché se il mondo è nel 2011 e tutti guardano in 3D, l’Italia è rimasta ancorata agli anni 70 a spiare tutto dal buco della serratura e l’Intrepido con i suoi fantastici occhiali tridimensionali chissà dove l’ha messo.
Così gli italiani non vedono il problema restano al buio e aspettano che accada qualcosa. Tanto si tratta di vendere un’illusione. Tanto è una questione di marketing. Una compravendita registrata con tanto di ricevuta scaricabile dalle tasse.

Inammissibile. Le donne non si scaricano. S’abbordano semmai. E quando proprio non si sa cosa fare si amano. E straordinario vederle sorridere. E’ bellissimo ascoltare le loro storie. Ascoltandole si capiscono molte cose. Si capisce ad esempio che per loro la vita non finisce sopra il letto di un lussuoso albergo. E sottocasa non c’è nessuna limousine ad attenderle.
Loro, sudano, lavorano, saltano, corrono, segnano, timbrano, digitano come i loro colleghi uomini. A volte anche di più e per più ore consecutive. Ma non basta. Poco importa se poi si scopre che son proprio le donne a mandare avanti la baracca produttiva di questo Paese. Anche più degli uomini. Le donne quando si tratta di lavoro faticano a decollare e rimangono schiacciate nella morsa di un universo lavorativo ancora maschilista.
E se per caso poi un giorno dimenticano la pillola anticoncezionale e nasce un figlio il lavoro se lo possono anche scordare.
In Italia la bellezza è un handicap. Un oggetto di consumo in un mercato inflazionato.

Ma il mercato è vario e non s’accontenta dei vecchiumi. Ha bisogno di primizie. Di pelli sinuose, spacchi intriganti e sorrisi accattivanti.
Nella vita normale però, sorridono anche quante non hanno i conti pagati e le cure di bellezza gratuite.
Ma nel loro sorriso si nasconde qualcosa di più. C’è un modo gioioso di vivere la vita. Un’esperienza collettiva che le esalta e le proietta ai vertici delle rispettive carriere lavorative: ma anche la convinzione che la strada verso se non la parificazione, l’adeguamento della realtà del lavoro femminile a quello dei maschi è ancora molto lunga. Ad accorciare le distanze non bastano i successi, le imprese, i sorrisi.

Basterebbe osservare i loro occhi invece. Ed ascoltarle ogni tanto. Si potrebbero cogliere tutte le ansie, le difficoltà, i problemi, e gli storici ritardi che impediscono attualmente alle donne di essere alla pari con gli uomini. Non è, infatti, solo un problema politico, giuridico o chissà cos’altro. E un problema di miopia. Vitale, mentale, di cuore. Questo impedisce all’uomo ancora oggi di considerare adeguatamente le lusinghiere affermazioni che le donne quotidianamente colgono.
E’ tuttavia quei sorrisi, quella voglia di dividere un palcoscenico e di guadagnare l’applauso, sono l’unica, potente molla, che spinge le donne verso un obbiettivo apparentemente impossibile: una pari dignità non solo sbandierata a parole.

Gaetano Santandrea

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